OMBRE SULL’APPRENDISTATO

(foto Shutterstock)

Il contratto oggi è vitale, ma spesso perde la funzione formativa, diventa solo uno strumento conveniente per il datore di lavoro

Apprendistato. Nasce come contratto destinato ai giovani under 30 con finalità formativeper acquisire competenze professionali. Nella realtà dei fatti è perlopiù utilizzato come strumento, di tutta convenienza per le aziende, per assumere semplicemente dei lavoratori a basso prezzo.

I punti di forza dell’apprendistato, per il datore, sono la convenienza in relazione al costo del lavoro, grazie agli stipendi più bassi e alla previsione di un’aliquota di contribuzione ridotta (circa il 10%, o inferiore, rispetto al 45-50% dovuto per gli altri rapporti di lavoro).

Portano a queste conclusioni i dati emersi dal “XVIII Rapporto di monitoraggio dell’apprendistato” dell’Inapp e dall’indagine della Corte dei ContiLa gestione delle risorse destinate al finanziamento dei contratti di apprendistato” (delibera n. 8/2019), ma dicono anche che oggi l’apprendistato è vitale, dopo il crollo dovuto alla crisi economica, prima, e all’introduzione degli incentivi per il contratto a tempo indeterminato, poi.

Tant’è che le assunzioni in apprendistato nel 2016 e 2017 risultano in crescita rispettivamente del 30% e del 22,8% rispetto all’andamento decrescente del periodo 2010-2015.
Inoltre, dopo 12 anni dal primo contratto di apprendistato, il 73,6% degli apprendisti è occupato regolarmente, e la maggioranza (oltre 60%) come dipendente. 

L’INDAGINE DELLA CORTE DEI CONTI

Dall’analisi delle informazioni raccolte si evince che nel 2017, su 428.933 apprendisti, solo 131.445 compaiono in formazione pubblica, ovvero il 30,64%.

La Corte dei conti, nella delibera n. 8/2019, ha analizzato i numeri delle risorse trasferite o richieste dall’Inps per la copertura delle agevolazioni contributive, constatando importi di 659 milioni di euro nel 2014, di 1.978.325.744,33 euro nel 2017 e 1.538.051.295,00 euro nel 2018.
Ha rilevato poi come una quantità di fondi destinati alla formazione, pari a 56,93 milioni di euro, già incassati dalle regioni, non sia mai stata usata. 

La formazione regionale quindi sembra non funzionare, a causa della riduzione delle risorse (da 100 mln nel 2014 a 15 mln nel 2018) e dei tempi lunghi per l’impiego.
La Corte dei Conti ha chiesto così al Ministero del lavoro di aumentare i controlli. 

UN PO’ DI NUMERI SULL’APPRENDISTATO NEL 2017

I settori in cui l’apprendistato è andato forte, nel 2017, sono industria (25%), commercio al dettaglio e all’ingrosso, autoriparazione (21%) e alloggio e ristorazione (17%).

Tra le regioni italiane, la Lombardia ha il primato per numero di apprendisti, con il 17,6% del totale, seguita da Veneto (13%), Emilia-Romagna (10,8%), Lazio (10%), Piemonte e Toscana (8,5%).
Il lavoratore medio in apprendistato è un giovane, in prevalenza maschio (57,7%), di 24,7 anni.

Nel 2017 su 429 mila rapporti di lavoro avviati, 73 mila sono diventati contratti a tempo indeterminato.
Oltre il 97% dei rapporti sono di
apprendistato professionalizzante tra le tre tipologie previste (primo livello, secondo livello professionalizzante e terzo livello di alta formazione e ricerca).
Gli
apprendisti cessati sono 155 mila (di cui due terzi entro un anno dall’inizio del rapporto) per dimissioni (62%), licenziamenti (20%), e altre cause (18%).

Gli apprendisti inseriti nei percorsi di formazione pubblica programmati dalle regioni e dalle province autonome nel 2017 sono 131.445 (quindi il 30,64% del totale), con concentrazioni più alte nel nord Italia e più dell’80% degli apprendisti in formazione.

«A fronte di segnali positivi, – ha detto il presidente Inapp Stefano Sacchi – con incrementi marcati per i più giovani e buoni esiti occupazionali, vi sono però le consuete ombre dell’apprendistato in Italia, che continua a trovare il suo appeal essenzialmente nei vantaggi in termini di costo del lavoro. Un contratto insomma che non riesce ad ancorarsi stabilmente come canale di acquisizione di competenze specifiche all’azienda o al settore, orientato alla formazione dei giovani lavoratori, da allevare e fidelizzare in azienda, ma resta soggetto alle periodiche revisioni della disciplina del nostro mercato del lavoro. Nonostante gli sforzi degli anni passati, molto resta quindi da fare per dotare il nostro Paese di uno strumento fondamentale per fornire le competenze necessarie al nostro sistema produttivo, se vogliamo che la profonda trasformazione tecnologica in atto ci veda protagonisti e non comparse».

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