Due o tre cose sul lavoro

(nella foto Gianluca Spolverato, Fondatore di Laborability)

Parlandoci francamente, il lavoro è anche fatica e noia. È anche merce. E però siamo persone, e non solo

di Gianluca Spolverato

È da un pezzo che ci stavo pensando, che avevo voglia di scrivere un articolo che cominciasse così: Il lavoro non è una merce. Vero, ma lo dice chi non lavora. Poi in questi giorni mi sono trovato a leggere un paio di articoli sul lavoro che dicevano che dobbiamo riscoprire il piacere per il lavoro, e si parlava delle proposte di riduzione dell’orario di lavoro a parità di retribuzione come segno di un diffuso disinteresse verso il lavoro. Allora ho pensato di scriverci sopra per dire due o tre cose che forse sono verità lapalissiane, ma in questo dibattito sul lavoro – che è diventato un argomento cool – bisognerebbe tenere bene a mente.

Primo, il lavoro è anche fatica e noia, e lo è per tutti senza distinzione, anche per quelli, come me, che ti dicono che il lavoro è passione e divertimento. Vero, ma non tutti i giorni, e non tutto il giorno.

IL LAVORO È FATICA

Il lavoro è fatica fisica e mentale, e per molti è solo quello.
Guardiamoci attorno, guardiamo in faccia le persone con cui lavoriamo, quelle che incontriamo ogni giorno al lavoro o che incrociamo nei luoghi della vita di tutti i giorni, che siano il supermercato o la fabbrica, l’ufficio o il ristorante dove stasera andremo a mangiare.

Non occorre scomodare il latino o ricordare che travail in francese viene da travaglio, che evoca la fatica del parto. Basta pensare a noi stessi, alla fatica di ogni settimana, al venerdì, per chi finisce al venerdì, alla sera che ritorni a casa, al mattino che pensi alla tua giornata.
Certo, se fai il lavoro che ami, se lo fai comunque con passione, è più bello, forse anche un po’ più leggero, ma la fatica resta.
E soprattutto, senza retorica: quanti sono quelli che fanno il lavoro che amano?

Siamo seri, nessuno di noi è nato per fare questo o quel lavoro: non siamo nati per fare i commessi, gli avvocati, i fresatori o gli addetti al controllo numerico.
No, ci siamo trovati a fare o dover fare un lavoro, e qualcuno di noi, più fortunato, più coraggioso, più che ne so, si è inventato (dal latino invenio, trovare) un lavoro che alla fine gli piace, anzi è proprio bello, e forse forse è quello per cui è portato, addirittura quello per cui è nato…

IL LAVORO È ANCHE NOIA

E poi c’è la noia. La noia è figlia della routine, di tutte quelle cose che si devono fare tutti i giorni, anche quando non ti va, eppure le devi fare, per senso del dovere, per responsabilità, per bisogno. Perché del lavoro abbiamo bisogno, non dobbiamo dimenticarlo, almeno la più parte di noi che lavoriamo.

LE ABITUDINI DANNO ORDINE ALLE COSE

La noia è anche abitudine, e qui c’è in fondo qualcosa di buono, perché le abitudini ci riempiono la vita, danno ordine alle cose, insegnano una direzione, e non c’è divertimento (dal latino divertere, andare da un’altra parte, lasciare la strada segnata) senza abitudine.

IL LAVORO È ANCHE MERCE

Secondo, il lavoro è anche merce. Dovrei cominciare ricordando che nel primo punto della Dichiarazione di Filadelfia dell’Oil, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, c’è scritto proprio il contrario, che Il lavoro non è una merce, ed è vero perché il lavoro è prestato da una persona, e quella persona non è oggetto di compravendita e non è in affitto. Ma non è del tutto vero.

Del lavoro c’è un mercato, il lavoro è prestato dietro un compenso, che le parti del rapporto negoziano, contrattano, misurano, rinegoziano. E quasi tutti noi lavoriamo per quel compenso, perché quel compenso ci consente di vivere una vita libera e dignitosa. Se non ci fosse quel compenso non lavoreremmo, o non lavoreremmo così come facciamo ora.
Non prendiamoci in giro, mancheremmo di rispetto a noi stessi e – di più – a tutti quelli che non hanno nemmeno il tempo per farsi questa domanda. Il lavoro è anche una merce che scambiamo per comprarci un pezzo di libertà.

SIAMO PERSONE

E però siamo persone. E qui il discorso si complica. Siamo persone costrette a lavorare con altre persone che non ci siamo scelte.
Siamo persone che lavorano con altre persone, più o meno capaci, più o meno attente, disponibili, rispettose. Siamo persone con tutto il nostro carico di emozioni, sentimenti, vissuti. Siamo persone in cerca di un senso profondo, anche del lavoro che facciamo. 

SIAMO CITTADINI

Siamo uomini e donne e molto altro. Siamo persone, siamo lavoratori, e siamo cittadini. Questo lo dimentichiamo, anzi proprio non ci pensiamo. Siamo persone, siamo lavoratori, e siamo anche cittadini che lavorano.

Pensiamoci, fermiamoci un minuto. Quando lo capiamo, succede che l’orizzonte si schiude e finalmente ci riconciliamo con la fatica, la noia, e tutto il resto. Perché
essere cittadini introduce quell’elemento di alterità che dà senso a tutto il resto: siamo persone chiamate a contribuire con il proprio lavoro, manuale e intellettuale, al bene proprio e anche degli altri, che come noi compongono la società in cui viviamo, ciascuno secondo le proprie capacità, ciascuno per sé e per gli altri.
Ce lo siamo dimenticati. Ma se, per un istante, ci fermiamo ad ascoltarci, la nostra testa e il nostro cuore si riempiono di un senso più profondo, più alto, se pensiamo che lo stiamo facendo per noi, ma non soltanto per noi, anche per te, e per te e per te, che come me ti trovi ad attraversare questo tempo immortale. Sono sicuro che anche a te, come a me, è spuntato un mezzo sorriso.

Allora, buon lavoro, perché non c’è gioia senza fatica, non c’è successo senza noia, non c’è appartenenza senza un disegno più grande.

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