Tempo ritrovato tra lavoro e vacanza: nomadi digitali in Italia

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(foto Shutterstock)

Conquista del rapporto tra spazio e tempo che concerne il lavoro da remoto è il potenziale di innovazione organizzativa a favore dei nomadi digitali

L’esperienza degli ultimi due anni ha prodotto la familiarizzazione con una tipologia di lavoratore che pur esistendo già prima della pandemia, costituisce oggi a livello mondiale una parte rilevante del mondo del lavoro.

I nomadi digitali, in pratica quei lavoratori altamente qualificati che svolgono la loro attività quasi esclusivamente da remoto, senza una precisa localizzazione territoriale. Anzi, spesso in continuo movimento da un paese all’altro. L’Italia, così come altri paesi, ha iniziato a regolare l’ingresso di questi lavoratori. Le implicazioni organizzative in questo campo costituiscono oggi un nuovo ambito di indagine per il lavoro del futuro. 

Chi sono i nomadi digitali 

Il nomade digitale è un lavoratore altamente qualificato, in prevalenza autonomo – ma oggi anche subordinato – italiano o straniero, che è in grado di svolgere la propria attività di lavoro in piena autonomia da un luogo che non coincida necessariamente né con la propria residenza abituale, né tantomeno con il proprio paese di origine.

In prevalenza, i nomadi digitali sono freelance, imprenditori, professionisti in momenti di transizione della carriera, i quali per uno o più periodi della loro vita scelgono un «work & travel lifestyle», sfruttando le possibilità del lavoro a distanza e della flessibilità di orario nello svolgere le loro mansioni, con l’obiettivo di unire sviluppo professionale, crescita personale e passioni personali.  

Da emergenza a stile di vita

Molte sono le aziende che, negli ultimi due anni, hanno aperto questa possibilità anche ai propri lavoratori subordinati.

Inizialmente per consentire loro di rientrare nei paesi di origine durante la pandemia (come Spotify), poi attraverso l’avvio di progetti di lavoro da remoto, dando la possibilità di scegliere di lavorare a distanza per periodi definiti, anche unendo le proprie ferie e scegliendo pertanto soggiorni anche prolungati in luoghi di villeggiatura come le città d’arte, i piccoli borghi, le isole.

In Italia abbondano i luoghi che consentono questa particolare forma di conciliazione vita-lavoro, e la pagina dedicata del blog Digital Nomads – Italy ne è la prova. Mentre sono fiorite in questi anni anche le piattaforme dedicate: Remote Year, Unsettled, Nomad Cruise per citarne alcune.

Tra le ultime sperimentazioni, Airbnb ha comunicato ai propri dipendenti, quale innovazione del proprio modello organizzativo, la possibilità di lavorare da 170 paesi nel mondo per un periodo massimo di 90 giorni nell’arco dell’anno. 

Dal centro alla periferia e in giro per il mondo

Il passaggio da pochi casi e limitate sperimentazioni a un fenomeno su larga scala è stato davvero molto breve. Si stima che nel mondo i nomadi digitali siano intorno ai 35 milioni di persone. Se all’inizio la finalità era per lo più organizzativa, per dare continuità al business compatibilmente con le ridotte possibilità di spostamento, con il tempo è divenuto un vero e proprio stile di vita.

Alla creatività aziendale si è quindi unita la fantasia dei governi e l’innovazione da parte delle amministrazioni locali. Paesi europei come Grecia, Malta, Spagna o Portogallo, seguiti poi dai paesi del Nord Europa sono stati tra i primi a intercettare un bisogno che potesse essere anche l’occasione per favorire la ripresa della mobilità delle persone a livello internazionale e il rilancio del turismo, ancorché in parte lavorativo. 

Non a caso, fuori dall’Europa, paesi turistici come Antigua e Barbados hanno fatto altrettanto, incentivando con una legislazione specifica l’ingresso nel paese per lavoro, abbinato a un soggiorno più o meno turistico. E l’Italia?

L’esperienza italiana

In Italia, complice anche la grande diffusione territoriale da Nord a Sud di piccole città a misura d’uomo, dove non solo è migliore la qualità della vita ma i prezzi degli immobili sono più bassi, si è cercato di incentivare l’ingresso di nuovi residenti, più agevole certamente nelle località che godono di migliori infrastrutture e di servizi, per la relativa vicinanza alle grandi città.

Ma si è anche provveduto ad avviare progetti di rilancio di luoghi più isolati, attraverso programmi locali, anche di ripopolamento, come nell’Appennino Tosco-Emiliano e nel Sud. Quindi si è passati a progetti regionali come il progetto avviato dal Trentino Alto Adige proprio con Airbnb o il progetto del Piemonte di Holiday working.

In seguito, man mano che si andava consolidando il modello del lavoro da remoto, sono stati affrontati progetti più specifici coinvolgenti le molte importanti città d’arte come Firenze oppure come Venezia con la piattaforma Venywhere.

Ma c’è di più.

Quale incentivo per i nomadi digitali, in Italia? 

Il lavoro dei nomadi digitali gode oggi in Italia di una nuova possibilità a favore degli stranieri. La legge di conversione del decreto Sostegni ter ha introdotto unimportante novità per l’ingresso in Italia per lavoro da paesi non comunitari.

I lavoratori altamente qualificati in grado di lavorare da remoto, sfruttando la tecnologia, che per un determinato periodo di tempo (massimo un anno) decideranno di lavorare dall’Italia – in proprio oppure per un datore di lavoro anche non residente nel territorio dello Stato italiano – potranno fare domanda dingresso nel nostro paese al di fuori delle quote, senza nulla osta e con il rilascio del solo visto d’ingresso.

A quali condizioni?

Condizione per il rilascio del visto e per il soggiorno in Italia è la disponibilità di un’assicurazione sanitaria a copertura di tutti i rischi nel territorio nazionale e il rispetto delle disposizioni di carattere fiscale e contributivo vigenti nell’ordinamento nazionale. 

Quest’ultimo aspetto non sarà di poco conto nella gestione di questi ingressi per conto di datori di lavoro esteri che non abbiano in Italia propri uffici di rappresentanza, considerando che l’ingresso in Italia per lavoro è soggetto a precisi obblighi di natura contrattuale, fiscale e contributiva, ma beneficia anche di alcune importanti agevolazioni sia fiscali che contributive. 

Tutti aspetti che dovranno essere necessariamente presi in considerazione, analizzati in tutte le possibili implicazioni pratiche, nella consapevolezza che si tratta di un’opportunità utile anche per attrarre talenti. È una rilevante innovazione organizzativa, di un modo per intendere, interpretare e rendere effettivi, anche in termini di nuovi stili di vita, i cambiamenti in atto nel modo di lavorare.     

 

 

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