Dimissioni in Italia: Covid e smart working incidono poco

Dimissioni in Italia: Covid e lavoro da remoto incidono poco

(foto Shutterstock)

A confronto il boom di dimissioni nel 2021 con uno studio sulla pandemia. Paura del contagio e lavoro da remoto non sono le principali motivazioni

Quanti degli oltre 1,3 milioni di italiani che si sono dimessi nel corso del 2021 lo hanno fatto per paura di contrarre il Covid-19 sul posto di lavoro? E quanti invece hanno preso questa decisione per la possibilità di lavorare da remoto? Meno di quanti ci si potrebbe aspettare e comunque non determinanti a trainare la cosiddetta «great resignation». 

Lo evidenzia un’interessante ricerca effettuata da Lavoce.info, che ha incrociato i dati elaborati in una sua precedente analisi sull’identikit dei lavoratori dimessi in Italia lo scorso anno con quelli di un recente studio sui rischi di contagio da Covid-19 in ambito lavorativo durante la pandemia.

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I rischi di contagio dei lavoratori italiani

Tre economisti italiani Teresa Barbieri, Gaetano Basso e Sergio Scicchitano – hanno analizzato le situazioni occupazionali di 600 settori dell’economia italiana, con un focus sulle dimensioni dell’esposizione dei lavoratori ai rischi di contagio da Covid-19 durante la pandemia.

Elaborando informazioni dettagliate acquisite dall’ICP (Indagine Campionaria sulle Professioni) prodotta dall’INAPP, gli studiosi hanno verificato in primo luogo che diversi settori hanno bisogno della presenza fisica per operare al meglio, principalmente nei servizi e nel commercio al dettaglio.

Inoltre, i lavoratori a rischio di complicazione dal Covid-19 – soprattutto maschi sopra i 50 anni – sono concentrati in settori caratterizzati da scarsa prossimità fisica tra colleghi o dove lavorare da casa è fattibile.

Hanno quindi fissato un indice di esposizione al Covid-19 e un indice di lavoro da remoto per ciascuna professione in Italia.

La paura del Covid-19 non è stata determinante

La completezza della ricerca di Barbieri, Basso e Scicchitano ha fornito un assist perfetto agli studiosi di Lavoce.info, che hanno potuto ampliare l’indagine in corso sul fenomeno delle «grandi dimissioni». Sotto la lente d’ingrandimento sono finite le eventuali correlazioni tra il numero dei dimessi e le diverse specifiche e tipologie occupazionali dei lavoratori.

Come emerge dai grafici consultabili sul loro studio, non sono state riscontrate relazioni dirette tra le variabili prese in considerazione. In altre parole, nessuno degli indici utilizzati segue in modo evidente la variazione del numero di dimissioni a livello di professione.

Rimanendo alla prima ipotesi, la variazione percentuale tra il 2019 e il 2021 non è cresciuta all’aumentare del valore dell’indice di rischio di contagio legato alla professione. In sostanza, se ci sono state dimissioni indotte dalla paura di prendere il Covid-19 al lavoro, non sono state queste a determinare una crescita così macroscopica del fenomeno.

Bocciata anche l’ipotesi dimissioni per smart working 

Allo stesso modo, in fase di analisi grafica dei dati, non sono arrivati segnali chiari di un peso dello smart working su una dinamica sociale così complessa come l’aumento delle dimissioni nel Belpaese. 

In particolare, manca una relazione negativa tra il numero di dimissioni e l’indice di lavoro in remoto, che avrebbe potuto essere interpretata come una minore propensione dei lavoratori a dimettersi da occupazioni che consentono loro di lavorare da remoto.

 In conclusione, pur lasciando spazio alla possibilità che diversi italiani si siano fatti influenzare da paura del contagio e lavoro da remoto, questo studio ha chiarito che in ogni caso non sono queste le cause principali di un fenomeno che presenta e richiede una grandissima profondità di analisi.

 

 

Leggi anche:

Dimissioni volontarie: chi lascia il lavoro e perché

 

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