Come la Legge sulla montagna e il DDL PMI possono rilanciare competitività, innovazione e qualità della vita nei territori fuori dalle grandi città
Il Governo sta lavorando da tempo per rilanciare i territori, non solo con il PNRR. Un esempio recente è la n. 131/2025, definita Legge sulla Montagna, pensata per trasformare le aree oggi considerate periferiche in nuovi poli di sostenibilità, qualità della vita ed economia di prossimità.
L’obiettivo è creare micro–ecosistemi locali in grado di contribuire allo sviluppo dell’economia della conoscenza valorizzando risorse spesso sottovalutate: biodiversità, capitale naturale, comunità locali, coesione sociale.
Il Disegno di Legge dedicato alle PMI nasce con un obiettivo simile: riequilibrare il peso eccessivo del polo metropolitano lombardo e di Milano, valorizzando il patrimonio immateriale distribuito nei territori.
Le PMI italiane, che costituiscono il 98% dell’economia nazionale, non competono sullo stesso terreno delle grandi corporation che si agganciano ai poli globali dell’innovazione.
La finalità del DDL è quella di:
Il DDL sulle PMI si muove nella stessa direzione della Legge sulla montagna: non replicare il modello metropolitano, ma valorizzare quei capitali intangibili che rendono unico il tessuto economico italiano — paesaggio, risorse naturali, produzioni tipiche, saperi locali, qualità sociale della vita.
Elementi che, se messi al centro, possono trasformarsi in un vero fattore competitivo per i territori e per le imprese che vi operano.
Montagna e PMI, così legate, possono generare una “via italiana” al riequilibrio territoriale basata non solo sui grandi poli tecnologici, ma anche su reti di micro-ecosistemi produttivi e comunitari.
Per sostenere questa evoluzione sono necessari interventi concreti in termini di:
Territori diversi richiedono strategie diverse, ma con una visione condivisa: rendere attrattive e produttive le aree oggi meno servite.
La Legge 131/2025 sulle zone montane lungi non nasce come misura assistenziale: vuole rendere nuovamente funzionali e attrattivi i territori montani grazie a: capitale naturale, qualità sociale, servizi essenziali e infrastrutture digitali.
Il DDL PMI invece si inserisce come il potenziale complemento di questa strategia, traducendo queste potenzialità territoriali in attività produttive sostenendo: micro e piccole imprese, giovani imprenditori, filiere territoriali, innovazione coerente con le vocazioni locali.
Secondo il Rapporto CNEL Produttività 2025, dal 1995 al 2024 la produttività del lavoro in Italia è cresciuta in media solo dello 0,2% l’anno, contro l’1,2% dell’UE.
Le cause principali sono:
L’Italia soffre da decenni di una “produttività bassa per vocazione strutturale”.
Le cause sono note: tante imprese sono troppo piccole, si investe poco in innovazione e capitale intangibile, i territori crescono in modo disomogeneo e spesso mancano competenze adeguate. Ma questo non significa che la situazione non possa cambiare, invertire la rotta è possibile.
Gli strumenti ci sono: il sostegno per le aree montane e il sostegno alle PMI non sono misure marginali, ma possono diventare leve centrali di innovazione.
Inoltre, possono aiutare il Paese a recuperare produttività proprio partendo dai territori, dalle loro specificità e dalle imprese che li animano. In questo modo si supera anche la logica delle sole “città superstar”, affiancando ai grandi poli metropolitani — ricchi di intangibili e grandi aziende — un’Italia fatta di aree interne, PMI e manifattura tradizionale.
Solo mettendo insieme questi mondi possiamo davvero superare la storica divisione tra un’Italia veloce e una più lenta, costruendo uno sviluppo più equilibrato e competitivo per tutti.
Per far crescere davvero le PMI è necessario sostenerne la dimensione e la modernizzazione, favorendo aggregazioni, collaborazioni tra imprese, filiere territoriali, percorsi di internazionalizzazione e strumenti tecnologici che guidino l’innovazione e semplifichino i passaggi burocratici .
In questo scenario, le politiche territoriali (montagna, aree interne, Sud, zone rurali) non sono marginali ma rivestono un’importanza primaria per assicurare il consolidamento dei Distretti produttivi.
La formazione gioca un ruolo fondamentale e impone investimenti anche a livello nazionale su competenze digitali, tecniche e professionali, istruzione tecnica e specialistica, formazione continua, contrasto allo skill-mismatch.
Il tutto dovrebbe essere accompagnato da un coordinamento integrato tra politiche industriali, territoriali, sociali, formative e infrastrutturali. Solo con questa visione d’insieme è possibile creare veri ecosistemi di territorio, capaci di generare innovazione, crescita e coesione.
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