Turismo, il settore alberghiero in tempi di Covid-19

(In foto Alberto Maschio, Coordinatore di Federalberghi Spiagge Venete e Presidente di Associazione Jesolana Albergatori)

Alberto Maschio, Coordinatore di Federalberghi Spiagge Venete: «L’emergenza ha generato una situazione drammatica. Ci auguriamo di tornare a una nuova normalità entro inizio estate, da lì inizieremo a tirare le somme e a capire cosa ci aspetterà domani»

Tra i settori più colpiti dalle misure di contenimento per contrastare la pandemia di Covid-19 c’è quello del turismo, che ha dovuto sospendere completamente tutte le attività per alcuni mesi. 

A fase 2 inoltrata, con la stagione estiva alle porte, abbiamo fatto il punto con Alberto Maschio, Presidente di Associazione Jesolana Albergatori e Coordinatore di Federalberghi Spiagge Venete, per capire qual è la situazione di aziende e lavoratori e quali conseguenze si prospettano per il futuro del comparto alberghiero – nel caso specifico nelle zone dedicate al turismo balneare del Veneto, seconda regione italiana per importanza del settore balneare dopo l’Emilia Romagna.

Federalberghi Spiagge Venete rappresenta 722 strutture alberghiere della costa veneta, di cui 365 circa situate a Jesolo, in provincia di Venezia. In stagioni ad afflusso normale occupa mediamente 12.000 addetti solo nel comparto alberghiero, sviluppando quasi la metà delle presenze regionali venete, quasi 30 milioni in tutta la costa; genera un indotto di 2 milioni di euro.

Alberto Maschio, che impatto hanno avuto la pandemia e il lockdown sul settore alberghiero balneare?

«L’emergenza Covid-19 ha creato non pochi disagi al comparto, generando una situazione che definirei ragionevolmente drammatica, senza precedenti. La drammaticità è di carattere sia economico che sociale, perché le aziende ne risentiranno pesantemente in termini di erosione di liquidità, e forse anche di patrimonio personale. L’entità dei danni sarà valutabile strada facendo, ma credo che prima di settembre non saremo in grado di avere un quadro completo. Sicuramente la situazione celerà anche delle opportunità che dovremo cercare di cogliere e sviluppare».  

Quali aiuti ha messo a disposizione del settore il governo? E quali altri sarebbero stati eventualmente necessari?

«Il punto principale è quello che il governo poteva fare in questa situazione, ma non ha fatto, o ha fatto solo in parte. Non siamo soddisfatti di quanto ha messo in campo nei vari decreti.
La parola d’ordine dell’ultimo decreto è ‘credito d’imposta’, che le aziende riusciranno a recuperare probabilmente solo negli anni futuri, visto che quest’anno si ragiona sul 50% del fatturato, quindi non avremo crediti o redditi su cui ammortizzare gli eventuali crediti d’imposta. Pertanto questa misura non ci soddisfa, perché in un momento di mancanza di liquidità pensare al credito d’imposta è quanto di più lontano ci sia dalla realtà e dalle necessità del settore». 

Quali azioni sono state prese a tutela dei lavoratori? 

«Avevamo chiesto al Governo delle tutele particolari nell’ambito dei rapporti con i nostri collaboratori. La cassa integrazione, che può andare bene per le aziende produttive o per l’industria manifatturiera, non può essere applicata facilmente nel comparto stagionale alberghiero.
Un albergo che apre necessita di servizi che devono essere erogati dalle persone, pertanto, a prescindere dall’occupazione di quella struttura, il personale dovrà essere presente, e non sarà percorribile la strada della cassa integrazione in deroga.

Tant’è che avevamo chiesto, partendo da Jesolo, di attivare un’iniziativa molto semplice, ovvero la decontribuzione dei rapporti di lavoro, che avevamo tarato nella misura massima di 600 euro al mese per collaboratore. Importo che corrisponde più o meno alla stessa leva che il governo avrebbe messo in campo qualora questi lavoratori non fossero stati assunti, rimanendo sulle spalle dello Stato tramite cassa integrazione, NaspI, contributi, bonus etc. Questa secondo noi è la misura che il governo avrebbe dovuto mettere in campo.
Se anziché dare al lavoratore un’indennità o un’integrazione salariale, che gli offre un potere di spesa molto basso, di 600 euro, tale cifra fosse stata girata all’azienda, quest’ultima avrebbe potuto assumere la persona e garantirgli un reddito più alto, generando un potere di spesa nei collaboratori e mantenendo la fidelizzazione degli stessi. Ma soprattutto avrebbe contribuito a tenere le aziende aperte, perché sappiamo benissimo che il personale è la prima voce di costo per le imprese.
Avere un aiuto sotto questo punto di vista avrebbe potuto garantire un posto di lavoro in più per qualcuno, e la sostenibilità di molte aziende ad aprire in sicurezza senza rischiare di farsi troppo male. La soluzione invece quale sarà? Che assumeremo molte meno persone rispetto alle 12.000 a cui accennavo prima».

Come vi state preparando alla partenza della stagione balneare e con quali prospettive? 

«La riapertura delle nostre aziende non sarà facile. Avverrà in ottemperanza alle attuali norme e protocolli sanitari indicati.
Abbiamo scongiurato il rischio di essere trasformati in ospedali, quindi l’aspetto di accoglienza resta sufficientemente tale. Qualcosa cambierà, ma le aziende sono pronte ad affrontare questa situazione sia in termini di comunicazione che di tutela dell’ospite e dei propri collaboratori».

Che conseguenze porterà questa crisi sul breve e lungo periodo per voi?

«Lo vedremo nei prossimi anni e alla ripartenza, nel 2021. Quello che auspichiamo è che tutte le aziende arrivino al 2021 con sufficiente benzina nel serbatoio, con un po’ di batteria carica per poter rimettere in moto le macchine e ripartire in maniera consistente e innovativa. Diversamente si rischia di perdere qualche azienda per strada, e questo è da scongiurare in tutti i modi».

Cosa sta imparando il settore turistico-alberghiero da questa emergenza, e più in generale il mondo del lavoro? 

«Abbiamo imparato che il nostro settore è estremamente delicato, e spero che qualcuno abbia capito che è anche strategico per il Pil nazionale, oltre che per la regione Veneto; che abbiamo una responsabilità sociale sul territorio, alla quale non siamo mai venuti meno, infatti i primi a preoccuparci dei nostri collaboratori siamo stati noi stessi. 

Abbiamo capito anche che è necessario rinnovare il prodotto, ristrutturare l’offerta, andare sul mercato più forti di come siamo arrivati, perché domani la selezione naturale sarà molto più forte di quella che c’è stata negli ultimi anni e molti processi subiranno un’accelerazione importante. Processi ai quali dovremo essere pronti a rispondere con strutture adeguate, con un’offerta di prodotto innovativa e aggiornata. Questo implica che certe piccole strutture subiranno pesanti conseguenze se non saranno in grado di evolversi sotto l’aspetto imprenditoriale, rispondendo alla richiesta del mercato. Una richiesta che in realtà dobbiamo ancora decifrare al 100%, legata anche ad aspetti psicologici collegati all’emergenza che forse capiremo solo domani; oggi è tutto un divenire.

Quello che auspichiamo è che entro questo inizio di estate si possa tornare ad una plausibile normalità, che non sarà la normalità che conoscevamo prima, sarà una nuova normalità: da lì inizieremo a tirare le somme e a capire cosa ci aspetterà domani».   

 

 

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