Mobbing: tutto quello che c’è da sapere

Mobbing
(foto Shutterstock)

Il mobbing indica specifici comportamenti scorretti ripetuti nel tempo, volti a emarginare e peggiorare la vita dei colleghi

Cos’è il mobbing 

La parola mobbing deriva dal verbo inglese “to mob” ovvero “accerchiare”, “assalire”, “attaccare”. Per mobbing sul lavoro si indicano tutte quelle azioni ripetute nel tempo e sul posto di lavoro che una o più persone compiono per emarginare ed escludere uno o più colleghi. Le azioni possono consistere in comportamenti aggressivi, verbali e non, e in violenze psicologiche.

Mobbing: gli elementi costitutivi 

Vediamo gli elementi che devono essere presenti per poter qualificare una condotta come mobbing secondo la normativa di riferimento:

  • deve essere una condotta ripetuta nel tempo, dunque non è sufficiente un singolo episodio. Secondo lo psicologo Harald Ege, il mobber deve mettere in atto azioni quotidiane per almeno 3-6 mesi, il cui scopo deve essere quello di allontanare la vittima dal posto di lavoro;
  • l’autore del comportamento deve avere la volontà di isolare o perseguitare il proprio collega/sottoposto;
  • il comportamento deve provocare un danno: un pregiudizio professionale o alla salute, oppure alla vita di relazione;
  • deve esserci una correlazione tra le condotte di mobbing e il danno subito: devi dimostrare che il danno che lamenti sia collegato all’azione di mobbing che hai subito.

Mobbing sul lavoro: gli esempi 

La legge non prevede un elenco di condotte tipiche di mobbing. Si tratta di una categoria aperta che comprende una pluralità di comportamenti, alcuni anche a prima vista neutri, ossia che non sembrano essere sintomo di mobbing, se considerati isolatamente.

Vediamo gli esempi di mobbing più frequenti:

  • attacchi personali: limitare la possibilità di espressione, interrompere continuamente, fare critiche e rimproveri costanti, gesti minacciosi;
  • isolamento sistematico, talvolta accompagnato dal divieto assegnato ai colleghi di parlarti;
  • cambiamento delle mansioni: rimozione dalle mansioni inizialmente assegnate, assegnazione a mansioni al di sotto della tua capacità, cambiamenti continui, assegnazione a mansioni pericolose;
  • attacchi alla reputazione: calunnie, turpiloquio, umiliazioni, pettegolezzi e ridicolizzazione dei difetti;
  • violenze e molestie fisiche o a sfondo sessuale.

Mobber e mobbizzato: quali sono le differenze?

Sono le due persone coinvolte in una condotta mobbizzante: l’autore e la vittima.

  • il mobber è la persona che attua il mobbing e le azioni psicosociali a danno di qualcuno, ma chi è il mobber? Può essere un collega (mobbing tra pari), un proprio superiore o capo (mobbing dall’alto), o un proprio sottoposto (mobbing dal basso);
  • il mobbizzato è, invece, colui che subisce i danni delle azioni altrui;
  • i side-mobbers o co-mobbers sono coloro che non fanno nulla ma osservano e si rendono in qualche modo complici non denunciando l’accaduto.

Mobbing verticale e mobbing orizzontale: le differenze

A seconda dall’autore dei comportamenti, si possono individuare due tipologie di mobbing:

  • mobbing verticale: si tratta della modalità più frequente e in questo caso l’autore è il datore di lavoro o il superiore gerarchico (es. responsabile di reparto/ufficio);
  • mobbing orizzontale: quando il responsabile delle condotte è un collega di pari grado oppure addirittura un sottoposto. Ad esempio, i colleghi di reparto o di ufficio.

Mobbing e straining: le differenze

A differenza del mobbing, lo straining è una forma più attenuata, ma non meno grave per l’integrità psicofisica della vittima. Di recente, la Corte di Cassazione ha affermato che si parla di straining quando ci sono comportamenti che causano volutamente stress nei confronti di un altro dipendente, anche se non ripetuti nel tempo.

Mobbing: può costituire reato?  

Sì, chi commette mobbing rischia un’incriminazione penale. Attenzione: nel nostro sistema penale non esiste una norma incriminatrice che punisce il mobbing lavorativo in senso proprio.

Secondo la giurisprudenza, però, la condotta di mobbing continua nel tempo può rientrare nel reato di atti persecutori previsto e punito dall’articolo 612 bis del codice penale, secondo cui, in caso di reato, è prevista la reclusione da  sei mesi a quattro anni. Questa pena si applicherebbe a chiunque provochi ansia o paura a un’altra persona con minacce e molestie ripetute nel tempo, tanto gravi da portare al cambiamento di abitudini di vita della vittima.

Come fare a denunciare il mobbing sul lavoro?

Non è sempre facile denunciare di essere stati vittime di mobbing. A maggior ragione se l’autore è il proprio superiore o il proprio responsabile. Tuttavia, è fondamentale informare la società di queste condotte affinché si possano prendere seri provvedimenti per fermare il comportamento scorretto.

Dunque, come difendersi dal mobbing? Le modalità con cui denunciare il mobbing in azienda sono diverse. È possibile riferirle al responsabile del personale o, nei casi più gravi e ripetuti, ci si può rivolgere direttamente alle forze dell’ordine

Di recente è stata introdotta la normativa whistleblowing: si tratta di una procedura che permette ai dipendenti di segnalare, in modo anonimo, condotte illecite realizzate dalla società o dai propri colleghi. La società deve prendere in carico la segnalazione e fare le dovute verifiche. Con questo strumento, il mobbing può essere denunciato anche da testimoni dei comportamenti scorretti e non solo dalla vittima.

Risarcimento per mobbing: quali sono le cifre

Non c’è una “tariffa” dei risarcimenti del danno. L’ammontare del risarcimento dipende da molti fattori: per quanto dura il comportamento scorretto, l’eventuale recidiva, la gravità dei fatti e dei danni arrecati, la qualifica del mobber e molti altri fattori che riguardano ciascun caso concreto. 

Tra i danni più frequenti che si generano tra chi ha subito mobbing rientrano disturbi di natura prevalentemente psicologica come l’ansia, la depressione, gli attacchi di panico, tensione, fobie, crollo dell’autostima e altri disturbi fisici. Solitamente questi pregiudizi vengono valutati e, infine, valorizzati in termini economici da un medico legale.

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