La Perla licenzia 126 dipendenti a Bologna

(foto Casimiro PT/Shutterstock.com)

Il fondo straniero Tennor vuole rilanciare l’azienda e inizia con i tagli al personale nel cuore produttivo

Un altro brutto colpo per un marchio di prestigio del made in Italy. La Perla – storico brand di lingerie del mercato fashion luxury, fondato nel 1954 a Bologna dalla sarta Ada Masotti – dal 2018 è finito in mano al fondo anglo-olandese Tennor, che vuole intervenire sui costi per rilanciare l’azienda, partendo proprio dai tagli al personale. Per un totale di 126 licenziamenti, 114 nella produzione e 12 nell’amministrazione della sede bolognese, che conta circa 430 dipendenti, suddivisi tra le società “La Perla Manufacturing” e “La Perla branch”, in cui operano designer e impiegati.

«Tennor – secondo Roberto Guarinoni, segretario della Filctem-Cgil – ha ridotto di un terzo il fatturato e decide di puntare sui prodotti continuativi, tagliando chi disegna i nuovi modelli, quelli che fanno moda. In questo modo Bologna diventa un conto-terzista come ce ne sono tanti, mentre prima si concentrava sulla fascia alta della produzione». Il che significa «smantellare il marchio in Italia. Ma per fare cosa? Per vendere poi il marchio? C’è il rischio che questa diventi un’operazione finanziaria che distrugge la manifattura».
I sindacati additano le colpe della situazione presente agli errori industriali commessi nel passato, si chiedono quanto potrà durare un’azienda senza manifattura e chiedono l’intervento del ministro Di Maio. Nel frattempo sarte, modelliste e impiegati fanno sciopero e iniziative di protesta davanti alla sede di via Mattei a Bologna, per creare rallentamenti nella produzione e alzare la voce, dopo l’annuncio dei licenziamenti dell’ad Pascal Perrier. 

LA STORIA

L’azienda è in perdita ormai da 20 anni e da dieci si alternano licenziamenti, cassa integrazione e prospettive di ripresa.
Nel 2018 il fatturato era in calo a 106 milioni di euro (rispetto ai 150 milioni del 2017) con una perdita di 60 milioni di euro

I problemi, secondo i sindacati, sono iniziati già ai tempi di Alberto Masotti, quando, a inizio 2000, la produzione venne allargata dalla lingerie agli accessori, ai costumi da bagno, al prêt-à-porter e alla biancheria da notte, senza ottenere risultati positivi, ma anzi, portando l’azienda a ricorrere a periodi di cassa integrazione per i dipendenti.
Così, nel 2007 Masotti cedette La Perla agli americani Jh Partners, che puntarono su prodotti di fascia più bassa, con l’idea di approcciare anche un mercato più ampio del luxury. Ma si ritrovarono schiacciati dai competitor e iniziò un altro giro di licenziamenti, cassa integrazione e proteste dei lavoratori.
Nel 2013, ormai vicina al fallimento, l’azienda venne acquistata all’asta dal fondatore di Fastweb, Silvio Scaglia, che investì circa 450 milioni di euro e puntò sull’abbigliamento. Tra opening di nuovi negozi e lanci di prodotto, il fatturato aumentò, le sarte vennero riprese al lavoro ma il bilancio nel frattempo continuò ad appesantirsi. Finché nel 2018 il fondo Tennor (ex Sapinda Holding) del discusso finanziere tedesco Lars Windhorst acquistò La Perla, deciso a fare investimenti per 500 milioni e a tagliare i costi, partendo proprio dai licenziamenti su Bologna. 

«Si tratta di un intervento – sostiene il leader della Cgil Maurizio Landini – che inspiegabilmente, su 1.200 dipendenti nel mondo, sceglie di eliminare cento persone a Bologna, più della metà delle aree di campionario, dove risiede il know how, il saper fare, del prodotto leader del mercato dell’intimo e della corsetteria. Si tratta di un altro marchio di prestigio del made in Italy che rischia di vedere la sua linea produttiva e ideativa totalmente realizzata all’estero, con un grave danno economico e di immagine per la manifattura italiana e per lo stesso made in Italy».

Intanto, mentre manca una visione nitida dei piani industriali e l’amministrazione è irremovibile nelle sue posizioni, arriva la notizia delle recenti operazioni di mercato de La Perla, appena entrata nel capitale della casa di moda britannica Ralph & Russo, con una quota di minoranza di 50 milioni di euro, e la nomina di Perrier nel Consiglio di amministrazione.

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