Chi sono i Neet? 1 giovane su 3 non studia, né lavora

img 1: “Gruppo di giovani che parlano”

(foto: Shutterstock)

Si chiamano ‘neet’, e sono i giovani che non studiano e non lavorano. Il fenomeno emerge dal report di Oxfam

Viene definita ‘dispersione lavorativa’, ed è quella che vede coinvolti i giovani tra i 20 e i 34 anni che non sono impegnati in alcun tipo di percorso lavorativo o di formazione. Attualmente il fenomeno interessa 1 giovane su 3, e il dato è tutt’altro che confortante: in Italia il 29,4% di ragazzi che rientra in questa fascia d’età non studia, né lavora, ed è la percentuale più alta d’Europa.

Neet, un fenomeno aumento

Questa percentuale sta crescendo: nella sottofascia più elevata, quella tra i 25 e i 34 anni, l’incidenza è passata dal 23,1% del 2008, al 30,7% del 2020, ultimo anno disponibile, oltre ben 12 punti sopra la media UE.

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I dati provengono dal report Disuguitalia di Oxfam dedicato alle disuguaglianze, che si occupa di analizzare l’andamento del mercato del lavoro in Italia, e le prospettive per il futuro.

A preoccupare è anche il divario sempre più marcato tra costo della vita e capacità di reddito che, inevitabilmente, influenza l’andamento delle nuove nascite e la formazione di nuovi nuclei famigliari.

Nel 2019, l’11,8% dei lavoratori italiani era a rischio di povertà, oltre 2,5 punti sopra la media UE. Oltre un lavoratore su otto, prima della pandemia, al momento dell’intervista dichiarava di aver lavorato per più della metà dell’anno di riferimento, e di appartenere a un nucleo familiare con reddito equivalente disponibile inferiore al 60% di quello disponibile medio nazionale.

La pandemia ha aggravato la situazione: oltre due giovani su tre che erano “neet” nel 2019, sono rimasti nella stessa identica condizione un anno dopo. Oltre tre su quattro al Sud Italia, o tra i giovani meno istruiti o stranieri.

Le aziende investono poco nei giovani

L’approccio delle aziende non ha contribuito a cambiare la situazione. In un tessuto economico che vede la predominanza di PMI, la propensione a innovare è stata mediamente ridotta, e va di pari passo con la riduzione degli investimenti sulle persone da parte delle imprese.

Il ricambio generazionale è un problema: l’Italia è trainata dai più vecchi, in un cortocircuito che sta mettendo a dura prova la capacità di resistenza di famiglie e aziende.

Il progressivo invecchiamento della popolazione, e la necessità di ridurne i crescenti costi associati, in termini di pensioni, salute e assistenza sociale, sono stati prevalentemente affrontati in chiave istituzionale, attraverso l’innalzamento dell’età pensionabile, contribuendo all’aumento degli occupati tra le fasce più mature della popolazione.

Disoccupazione giovanile

I numeri parlano chiaro: il tasso di occupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni di età si è contratto in oltre quindici anni, passando dal 25,7% nel 2005 al 16,8% nel 2020 (dal 74,5% nel 2005, al 66,9% nel 2020 nella fascia di età tra i 30 e i 34 anni), mentre quello dei lavoratori tra i 55 e i 64 anni di età è salito di oltre 23 punti percentuali, passando dal 31,4% del 2005 al 54,2% nel 2019.

Un pezzo della responsabilità sta anche nelle carenze della formazione professionale, che non riesce a colmare il “mismatch” con le esigenze e le richieste dei settori produttivi, e dell’inesistenza delle politiche attive del lavoro.

Gli operatori dei community center di Oxfam hanno rilevato l’inefficacia dei centri per l’impiego nell’assicurare l’immissione nel mercato del lavoro dei propri utenti più giovani.

Per la maggioranza dei giovani italiani l’inserimento lavorativo passa attraverso canali informali, ovvero sfruttando i network familiari. Nel confronto europeo, le nuove generazioni hanno, in Italia, una consistenza numerica più ridotta, sono meno formate, meno valorizzate dal sistema produttivo, e maggiormente a carico delle famiglie o del welfare pubblico.

 

 

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