Emergenza medici negli ospedali pubblici

(foto Shutterstock)

Entro il 2025 andranno in pensione 52 mila medici, in conseguenza di “Quota 100” e Legge Fornero, ma i posti sostituiti saranno solo 36 mila

Anni e anni di programmazione poco lungimirante hanno indebolito il sistema sanitario nazionale contribuendo a privare le corsie degli ospedali di personale sanitario.

TAGLI DEI FONDI E RIFORME PENSIONISTICHE

Dopo la crisi del 2008, i tagli dei fondi governativi hanno fatto perdere agli ospedali pubblici 10 mila medici. E, in aggiunta a questo, stima l’associazione sindacale Anaao Assomed, le riforme pensionistiche (“Quota 100” e “Legge Fornero”) entro il 2025 faranno andare in pensione circa 52 mila medici (sui 105 mila attualmente impiegati nel sistema sanitario nazionale), che verrebbero sostituiti soltanto da 36 mila specialisti.

IMBUTO FORMATIVO

Oltre a ciò, ogni anno escono dalle università italiane circa 10 mila laureati in Medicina, ma i posti per le scuole di specializzazione sono molti di meno, considerando che fino al 2018 erano 6.100. Da quest’anno il numero è stato alzato a 8 mila (con 1800 borse di specializzazione in più e 840 per Medicina generale), portando un maggiore equilibrio, ma non la certezza che poi tutti gli studenti scelgano di entrare nella sanità pubblica a studi terminati, optando magari per il privato o l’estero, dove nei primi cinque anni di carriera un medico guadagna molto di più rispetto all’Italia.

Secondo il presidente della commissione Sanità in Senato, Pierpaolo Sileri, intervistato da Il Fatto Quotidiano, il pubblico potrebbe diventare più attrattivo solo assicurando alle persone condizioni di lavoro migliori e valorizzando il lavoro stesso, a partire dal rinnovo del contratto dei medici. «Laddove c’è stato il blocco del turnover, i medici hanno sofferto carenza di personale e turni massacranti. I numerosi e spesso incomprensibili tagli hanno aggravato le condizioni lavorative».
E a contribuire ulteriormente al basso appeal delle strutture pubbliche c’è anche il timore di contenziosi medico-legali.

I REPARTI PIÙ A RISCHIO

I reparti che subiranno maggiormente gli effetti della mancanza di personale medico saranno pronto soccorso, pediatria, medicina interna, anestesia, rianimazione e chirurgia.

Nei pronto soccorso, stima Anaao Assomed (Associazione medici e dirigenti del sistema sanitario nazionale), nel 2025 mancheranno 4.241 medici in sostituzione dei pensionati. Di questi, 800 in Campania, 544 nel Lazio, 498 in Puglia e 356 in Sicilia. 

Pediatria soffrirà la mancanza di 3.394 figure professionali e vedrà la Lombardia in testa (510), seguita da Sicilia (471) e Toscana (329).

Medicina interna in Lombardia avrà 377 camici bianchi in meno, in Emilia Romagna 238 e in Toscana 202. 

LE MOSSE DEL GOVERNO: DECRETO CALABRIA

Il governo sta definendo una strategia per tentare di ‘rattoppare’ la situazione, anche attraverso un provvedimento del decreto Calabria, all’esame del Senato, che prevede lo sblocco del turnover, facendo ripartire le assunzioni e la possibilità di mettere al lavoro in anticipo gli specializzandi.

MODIFICA DEL LIMITE DI SPESA PER LE REGIONI

Fino a oggi le Regioni avevano un tetto di spesa per il personale sanitario pari alla spesa del 2004 meno l’1,4%, che li vincolava nelle assunzioni. Adesso, con il decreto Calabria, voluto dal Ministro della salute Giulia Grillo, il limite massimo sarà la somma investita nel 2018 e aumentata ogni anno di un importo pari al 5% dell’incremento del fondo sanitario regionale.
Scelta che in ogni caso non sarà risolutiva per le regioni, perché verrà preso come riferimento un livello di spesa raggiunto dopo anni di tagli. I quali, tra il 2007 e il 2017 hanno fatto ridurre il personale sanitario generale di 43 mila posti, come stima la FP Cgil (Funzione Pubblica Cgil).

SPECIALIZZANDI AL LAVORO DUE ANNI PRIMA

L’idea del governo è quella di assumere specializzandi con contratti a tempo determinato dal penultimo anno di studio, contribuendo a far entrare 12 mila figure nel 2019. Ma secondo la Conferenza dei rettori universitari italiani (Crui) questa soluzione non sarebbe efficace perché la mancanza di camici bianchi dipende, oltre che dai vincoli di budget nelle assunzioni, anche da una distribuzione non omogenea di medici nelle diverse aree. Infatti, i settori meno frequentati sono la medicina di emergenza e urgenza, per i turni massacranti, le mansioni pericolose e gli stipendi poco competitivi della sanità pubblica.
Senza contare tutti i dubbi sulla maturità lavorativa degli specializzandi, che avrebbero bisogno di una formazione ad hoc, per evitare dei rischi per la popolazione assistita e un aumento delle cause civili contro lo Stato.

APERTURA DEL NUMERO CHIUSO A MEDICINA

 Un’altra proposta sul tavolo è quella di eliminare il numero chiuso per l’accesso alle facoltà di Medicina. Il rischio in cui si incorre, ancora una volta, è quello di non ragionare in prospettiva, facendo scelte che possano avere delle ripercussioni negative sul futuro, perché aumentare il numero di accessi produrrebbe nuovi medici solo tra 12 anni. Il segretario di Anaao Assomed, Carlo Palermo, fa presente che dopo il 2026 ci sarà un crollo del fabbisogno in seguito alla normalizzazione del numero dei pensionamenti, con il rischio di passare dall’imbuto formativo «all’imbuto lavorativo». «Aumentando oggi gli ingressi ai corsi di laurea in Medicina e Chirurgia – dice Palermo –, al 2031/32 avremo formato in Italia 10.500 medici tra specializzazione e corso di medicina generale, a fronte di un fabbisogno reale complessivo di circa 6.500», con un surplus annuo di 4.000 specialisti, che si tradurrebbe anche in uno spreco di denaro per formare professionisti che non entrerebbero nel pubblico (per i quali lo stato avrebbe speso 150 mila euro ciascuno). Il presidente dell’Ordine dei Medici, Filippo Anelli, propone di «aumentare il numero di posti a Medicina per finanziare specializzazioni e borse di Medicina generale» e mettere fine «a una politica che inseguendo il consenso effimero, non risolve i problemi reali del paese».

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