Conciliazione vita lavoro: possiamo ridare alla professione il suo giusto valore?

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(foto Shutterstock)

Alle ferie e all’estate è riservato il compito di ricaricare le energie psico-fisiche, ma anche quello di fare bilanci. Con quali risultati?

Vacanze: tempo di bilanci

Capita a volte che, complice il periodo estivo e il clima rilassato delle vacanze, si cominci a fare dei bilanci sulla propria vita, sul proprio lavoro. Senza necessariamente scegliere di trascorrere le proprie vacanze camminando – il che è di grande aiuto per meditare e concentrarsi su di sé – ogni tipo di vacanza è utile per affrontare questo obiettivo. Un cammino interiore che porta a riflettere sul percorso che ci si è lasciati alle spalle – quello già fatto – e su quello che si ha di fronte, ancora da percorrere. 

E che dire del lavoro?

Sono molte le occasioni in cui nella vita ci vediamo costretti a fare dei bilanci. D’estate capita spesso di dedicare più di una riflessione al lavoro. Riflessioni che coinvolgono il contesto e l’organizzazione in cui si lavora, il rapporto con i colleghi e con i capi, i propri obiettivi individuali e di carriera, quelli di vita, il contesto economico in cui tutti operiamo, con le necessarie implicazioni in termini di maggiore o minore incertezza sul futuro, proprio e dei propri familiari. 

Negli ultimi anni queste riflessioni sembrano essere diventate la colonna sonora delle nostre vacanze. Forse per via delle incertezze, delle difficoltà e delle rivoluzioni organizzative in atto nel post-pandemia. Sta di fatto che, quando sul finire dell’estate inizia a profilarsi la fine dell’anno, non riusciamo a trattenerci dal tirare le somme

Guardiamo alle nostre spalle, valutiamo cosa è cambiato nel nostro lavoro, cosa vorremmo che non cambiasse più e allo stesso tempo non possiamo fare a meno di guardare davanti a noi, cercando di interpretare i segnali – positivi o negativi – che intravediamo all’orizzonte.

Siamo ancora in grado di identificarci attraverso il lavoro?

È fuor di dubbio che il lavoro – non solo il nostro lavoro, ma il lavoro in senso lato, secondo il suo più ampio significato economico e giuridico – non è più ciò attraverso cui ci identifichiamo. O meglio, ciascuno di noi continua a essere operaio, imprenditore, direttore, venditore, libero professionista, agente, cameriere, ristoratore, rider, commerciante, impiegato, artigiano e così via, ma ciò che si è dal punto di vista lavorativo sembra sempre più spesso lontano da ciò che si è come persona

Se fino a qualche anno fa sembrava normale identificarsi completamente con il proprio lavoro, perché parte essenziale della propria vita, oggi questo sentimento risulta molto cambiato. Probabilmente perché con brutalità siamo stati messi di fronte al valore della vita. Come se la vita fosse altra cosa rispetto al lavoro

E così sono cresciuti l’insoddisfazione, il senso di straniamento, il desiderio di cambiare lavoro oppure, nei casi estremi, di lasciarlo definitivamente. Per poi scoprire che il lavoro continua a essere strumento di identità, perché è comunque parte essenziale delle nostre vite.

Qual’è il giusto equilibrio tra vita e lavoro?

E così oggi è diventato necessario recuperare il giusto punto di equilibrio tra vita e lavoro. In definitiva far riacquistare al lavoro il proprio giusto valore, riportandolo entro i suoi corretti confini. 

Come? Attraverso la piena comprensione dell’evoluzione dei suoi parametri di misurazione e di valutazione: il tempo, prima di tutto, ma anche il luogo del lavoro, la sua remunerazione e la gestione dinamica ma collaborativa delle persone. 

Perché, se è vero che del lavoro non possiamo farne a meno, è altrettanto vero che abbiamo imparato a lavorare in modo diverso. Ma questo diverso modo di lavorare non deve essere confuso con una modalità “always on”, senza disconnessione, dando magari scontata la disponibilità oltre il normale tempo di lavoro, senza più sapere quali sono i confini tra la vita e il lavoro. 

Come trovare un equilibrio tra lavoro e vita privata per evitare il burnout

La sindrome da burnout sembra essere diventata la patologia più diffusa. L’OMS definisce la definisce come una “sindrome derivata dallo stress lavorativo cronico non adeguatamente gestito”. Sostanzialmente è una sindrome da super-lavoro non gestita che può sfociare in una vera e propria patologia. 

In più, l’uso continuativo dei vari dispositivi per gestire anche il lavoro da remoto può portare a forme di tecno-stress, ossia di stress digitale. Fenomeno cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni, complice anche la pandemia. 

Ma il burnout, ci dicono alcuni studi, non è un problema dell’individuo o, meglio, non dipende dal singolo ma dall’organizzazione e, in particolare e sovente, da organizzazioni tossiche e disfunzionali

Ciò vuol dire concretamente che abbiamo perso i punti di riferimento principali per stabilire quando e come fermarci, confondendo questa necessità con quella di lasciare tutto.

Conciliazione vita lavoro: come riconfigurare il giusto rapporto 

Imparare a fermarci è essenziale per riposare, per disconnetterci ma soprattutto per riconfigurare il giusto equilibrio tra vita e lavoro, restituendo al tempo di lavoro e al tempo di non lavoro la loro giusta dimensione. 

Per farlo è necessario un grado di analisi e di consapevolezza che non possono limitarsi alla mera riconfigurazione dei parametri tradizionali dell’organizzazione del lavoro: risorse economiche, persone, orari, spazi di lavoro. 

È necessario riconfigurare il nostro rapporto con il lavoro, per restituirgli non solo il giusto valore ma anche la sua più corretta collocazione nelle nostre vite: strumento sì di sostentamento, ma anche di identità

Perché il lavoro non dobbiamo necessariamente amarlo (l’amore è un’altra cosa), ma di lavoro dobbiamo vivere e in modo sano. È probabilmente questo il significato più profondo che possiamo attribuire alla proposta di risoluzione sulla protezione del lavoro che è scaturita dai lavori che si sono tenuti in Svizzera a giugno 2023 da parte della Conferenza Internazionale del Lavoro. Non deve essere solo una dichiarazione d’intenti, ma un obiettivo concreto.

 

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