Covid infortunio sul lavoro, l’Inail chiarisce i criteri

Covid è infortunio sul lavoro, l’Inail chiarisce i criteri

(foto iStock)

Quando e come opera la presunzione del contagio da Covid-19 in ambito lavorativo

Il covid è infortunio sul lavoro

La pandemia è entrata anche nei luoghi di lavoro, che spesso sono stati causa del contagio. Sin dai primi provvedimenti, il legislatore ha garantito tutele a favore di tutti i dipendenti che si sono contagiati sul luogo di lavoro.

Con il primo decreto emergenziale, l’infezione da covid sul lavoro è stata classificata come «infortunio sul lavoro» ed è stata estesa la tutela del lavoratore contagiato a tutto il periodo di quarantena o di «permanenza domiciliare fiduciaria”»

La presunzione di infortunio per determinate categorie

La diffusione del virus, tuttavia, ha creato qualche difficoltà nella individuazione precisa della causa del contagio. Infatti, per qualificare il contagio come infortunio è necessario che sia avvenuto «in occasione di lavoro».

Come individuare la causa lavorativa nel mezzo di una pandemia?

L’INAIL ha individuato delle categorie di lavoratori per i quali, in caso di contagio, si può applicare una presunzione semplice con riferimento all’origine lavorativa del contagio.

Quali sono queste categorie di lavoratori?

Secondo l’istituto,  in questa categoria rientrano, innanzitutto, «gli operatori sanitari esposti a un elevato rischio di contagio». Sono compresi poi ulteriori lavoratori, addetti a mansioni «che comportano un costante contatto con il pubblico/l’utenza».

Alcuni esempi: i lavoratori che operano in front-office, alla cassa, addetti alle vendite/banconisti, personale non sanitario operante all’interno degli ospedali con mansioni tecniche, di supporto, di pulizie, operatori del trasporto infermi. 

L’accertamento delle cause del contagio 

Con la raccomandazione 8/2020, l’INAIL ha chiarito che l’appartenenza ad una delle categorie a rischio non significa alcun automatismo tra contagio e riconoscimento dell’infortunio sul lavoro.

Si tratta di una presunzione semplice e impone comunque al medico di seguire l’ordinario iter di accertamento dell’origine lavorativa del contagio.

Vediamo in sintesi i principali passaggi:

  • accertamento dell’attività effettivamente eseguita in relazione alle categorie maggiormente esposte al contagio;
  • approfondimento della versione riferita dal lavoratore, valutazione della attendibilità della ricostruzione, anche attraverso «specifici quesiti posti dal medico Inail»;
  • valutazione dei risultati di eventuali indagini ispettive sull’adozione delle misure di contenimento da parte dell’azienda;
  • analisi del dato epidemiologico territoriale e aziendale 

Le possibili cause di esclusione dell’infortunio sul lavoro

La mancanza di alcun automatismo significa anche che il medico possa escludere la causa lavorativa del contagio valorizzando determinati aspetti.

Si pensi, ad esempio, al caso di un infermiere che risulti contagiato dal virus e che, allo stesso tempo, conviva con familiari già contagiati in precedenza.

Oppure al caso in cui un lavoratore appartenga a settori «ad elevato rischio», ma svolga compiti amministrativi e senza contatti con il pubblico. In questi due esempi, l’origine lavorativa del contagio è molto meno probabile.

Per questo motivo, l’INAIL ha chiarito che il medico deve considerare anche la cosiddetta «prova contraria» e quindi valutare:  

  • il lavoro svolto effettivamente in presenza nell’ambiente a rischio di esposizione elevata (come sopra verificato)
  • la presenza di contagi familiari;
  • le modalità di raggiungimento del luogo di lavoro, che potrebbe non giustificare il contagio professionale;

La valorizzazione di questi elementi potrebbe quindi condurre al disconoscimento dell’origine lavorativa del contagio e all’insussistenza dell’infortunio sul lavoro.

In questi casi, il dipendente ha comunque la tutela garantita dai trattamenti di malattia.

 

 

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