La solitudine del(la) leader: come superare la sindrome dell’impostore

donna d'affari
(foto Shutterstock)

Rispetto agli uomini le donne sono più stressate e ansiose. E quando arrivano al top, si sentono sole e inadeguate

Dati scientifici dimostrano che le donne, rispetto ai colleghi uomini, hanno un rischio molto più alto di soffrire, nella propria vita, di ansia, attacchi di panico e depressione. Sono molto più soggette ai disturbi del comportamento alimentare e tendono a sminuire i propri successi

Nel mondo del lavoro, tutto questo ha degli effetti pesantissimi tanto sul benessere delle donne quanto sul loro sviluppo di una carriera che, in fondo, spesso sentono di non meritare. Un fenomeno che in psicologia si definisce “sindrome dell’impostore”. 

Nel corso dell’ultimo incontro della “Scuola di Leadership”, ospitato da S.A.P.E.R.(e) vivere bene, in collaborazione con Solgar Italia Multinutrient e SHR Italia, si è parlato degli effetti psicologici della disuguaglianza di genere, e anche di alcune semplici strategie da mettere in atto per superare gli ostacoli che la vita pone lungo il percorso di carriera

Più depresse, stressate e ansiose

Immaginando la vita come una scala, si dice spesso che i gradini, per le donne, sono più alti. Tutto il loro percorso, personale prima e professionale poi, è più difficile e faticoso, per molti motivi. A mettere nero su bianco la situazione bastano pochi dati.

“Le discriminazioni – chiarisce Gaya Spolverato, Chirurga Oncologa, Prof.ssa Associata di Chirurgia e co-Founder di “Women in Surgery Italia” – hanno effetti che influiscono pesantemente sulla salute mentale delle donne. Pensiamo solo al fatto che nella popolazione femminile il rischio di soffrire di ansia e attacchi di panico è doppio rispetto alla popolazione maschile”. 

“Le donne hanno anche il doppio di possibilità di sviluppare disturbi del comportamento alimentare o stress post traumatico, e tra i principali fattori che sono alla base di questo trauma c’è la violenza. Una donna su tre, almeno una volta nella sua vita, è stata violentata, picchiata, abusata o costretta ad avere un rapporto sessuale. È peculiare che l’ironia, lo scherno, lo scherzo poco inclusivo siano considerati, al fondo, non gravi, anche divertenti. Questi atteggiamenti, invece, impattano profondamente sulla vita delle persone”. 

Ancora un dato scientifico: “Tutto questo – aggiunge Spolverato – si associa a un’altissima severità nella valutazione dei propri risultati, che forse potremmo tradurre in una bassa autostima. Anche questo, come gli altri dati citati, è pluri riportato. Cito un esperimento condotto da degli urologi, che mostra come il robot ti aiuti a valutare la qualità del tup intervento chirurgico. Le donne si autovalutano il 30% in meno rispetto al risultato oggettivo che ti porta il robot”.

La solitudine del(la) leader

Quando si arriva ai piani alti, le donne finiscono per soffrire più intensamente di quelle situazioni di disagio che colpiscono anche gli uomini. 

“Ho riscontrato una caratteristica molto comune” continua Gaya Spolverato “tra le persone che si trovano alle apicalità: la solitudine. Alcune delle esperienze già menzionate a volte danno la falsa illusione di essere loro stesse motore dei nostri successi. 

Chi ha subito traumi pensa che sia proprio il trauma ad averci dato la forza per andare avanti, più forti di prima. Io credo che non sia così: sopravviviamo, ci modifichiamo e siamo delle persone migliori. Ma la solitudine non determina il successo, è fallimentare pensare che sia così”. 

“In questi giorni mi sono trovata a ragionare sui modelli psicologici di diversi tipi di leader e su cosa li accomunasse. E la risposta è la solitudine. La solitudine dei numeri primi. Quella che gli americani descrivono come “it’s lonely at the top”. 

“La natura del potere e suoi effetti psicologici comportano un senso di isolamento che, se non compreso e gestito, può trasformarsi in malessere. Ci sono molte fasi nella vita di un leader: quella dell’entusiasmo, della paura, momenti di pressione politica, di grande esposizione economica, i sacrifici personali, i fallimenti. Gli effetti delle proprie scelte professionali sulla famiglia, il senso di inadeguatezza, che poi spesso si alterna a momenti di mania, eccitazione, superbia”.

Il 70% dei nuovi CEO sperimentano elevati livelli di stress

“Lo stress, il senso di abbandono, solitudine, isolamento sono conseguenze frequenti dell’adattamento a una nuova posizione che i leader si trovano ad affrontare. Il 70% dei nuovi CEO sperimentano livelli di stress e di solitudine elevanti. E questo succede ancor più se si è donne. Forse perché sono le prime o le più giovani, o forse perché non c’è letteratura che si adatti alle varie sfumature di diversità che caratterizzano l’essere leader”.

“Molto frequentemente le amministratrici delegate non si sentano preparate, addestrate, si sentono quasi indegne di ricoprire posizioni dirigenziali. Si sottovaluta l’improvvisa consapevolezza di non essere più parte della squadra ma, della direzione”.

“Ci si trova in una nuova posizione – prosegue Spolverato, – i leader non comprendono più le dinamiche delle relazioni e non sanno più come approcciarsi con il resto del gruppo, soprattutto quando viene proposto loro di uscire a cena o fermarsi per un aperitivo. Perdendo la socializzazione, le persone perdono anche il vecchio stimolo a fare team building e quindi la compagnia. 

“Hanno sempre meno pari con cui condividere le scelte, è una questione di numeri. E poi si trovano a riscrivere il rapporto con se stessi perché vengono meno le certezze”

Cosa fare, dunque? La fondatrice di “Women in Surgery Italia” consiglia di interrogarsi sui motivi del proprio isolamento, e di cambiare prospettiva.

“La solitudine – dice – non è un fallimento personale ma una conseguenza dell’apprendimento di nuove relazioni e nuove competenze. Ci offre l’occasione per creare nuovi network, coltivare nuove reti permette di offrire e ricevere supporto reciproco. Vivere l’errore come momento di apprendimento, evitando di nasconderlo e condividendolo con i colleghi. Sentirsi tutti più umani e parte di una squadra”. 

Quattro regole per sopravvivere allo stress

Nel corso dell’incontro è intervenuta anche Martina Rogato, Sustainability Advisor e co-Fondatrice di Young Women Network, che ha raccontato la propria esperienza personale, passata da lunghe indecisioni sui suoi progetto di vita, repentini cambi di strada dettati soprattutto da insicurezza e da un senso inadeguatezza. E ha elencato alcuni semplici consigli da provare a mettere in pratica per sopravvivere all’ansia e allo stress. 

“La regola numero uno – dice Rogato – è essere il proprio punto fermo. Siamo l’unico investimento che non andrà mai in perdita. Come alimentare questo investimento? Assecondando le nostre inclinazioni e alimentando le competenze, non solo tecniche, ma anche le abilità soft, quali parlare in pubblico, confidenza di sé, capacità di resilienza”. 

Regola numero due: “Lasciati contaminare. Una mia cara amica si occupa di digitale. Da lei, nell’anno in cui ho ripreso le fila di tutta la mia vita, ho appreso come lavorare sul mio personal branding. E un anno fa ho lanciato la mia impresa. Questo mi ha insegnato il valore del vecchio detto: impara l’arte e mettila da parte”.

Numero tre: “Trova i tuoi modelli di vita. Trova persone, con esperienza diversa dalla tua, che possono essere un modello di esempio, un riferimento anche quando nella tua mente si affaccia una vocina insistente che ci dice che non possiamo farcela”.  

Infine: “Tieni pronta l’opzione B, la riserva. Ma anche un rifugio, un posto dove fuggire e ritrovare se stessi quando lo stress ci assilla, quando l’ansia è troppa. In fondo, dobbiamo ripeterci che se sbagliamo non succede nulla. Se qualcosa va storto, se manchiamo un obiettivo, non crolla il mondo. Non succede niente”.

 

Leggi anche: 

Valorizzare le esperienze di vita per promuovere la parità di genere

“Barabubbles”, ovvero come valorizzare la fragilità

Iscriviti alla nostra newsletter

Ricevi gratuitamente le ultime novità, le storie e gli approfondimenti sul mondo del lavoro.