Covid-19, le interviste alle aziende: Gruppo Ferroli

(In foto Tiziano Suprani, Direttore HR di Gruppo Ferroli)

Tiziano Suprani, Direttore HR di Gruppo Ferroli: «Speriamo in una ripresa a giugno superiore al 50% del fatturato previsto, che ci faccia prendere una boccata di ossigeno, proiettandoci a settembre con un recupero di ordinativi e obiettivi»

Tiziano Suprani, Direttore HR di Gruppo Ferroli: «Speriamo in una ripresa a giugno superiore al 50% del fatturato previsto, che ci faccia prendere una boccata di ossigeno, proiettandoci a settembre con un recupero di ordinativi e obiettivi»

Gruppo Ferroli, azienda veneta con 60 anni di storia che produce e commercializza prodotti per riscaldamento e refrigeramento di ambienti civili e industriali, è una delle realtà che durante l’emergenza coronavirus in Italia ha dovuto sospendere totalmente le attività, non rientrando tra quelle essenziali o di pubblica utilità.

L’azienda ha una presenza capillare nel mondo, con filiali produttive e commerciali oltre che in Italia anche in paesi come Spagna, Romania, Francia, Russia, Bielorussia, Inghilterra, Cina, Vietnam e India.
Con 2.400 dipendenti circa – di cui 700 nelle 7 sedi italiane e la restante parte distribuita tra paesi europei e asiatici – le aziende Ferroli offrono soluzioni nel riscaldamento, climatizzazione, idromassaggio e termoarredo.

Tiziano Suprani, Direttore HR del Gruppo Ferroli ci ha raccontato gli step dell’azienda nell’emergenza: dai contagi di fine gennaio in Cina, dove sono presenti alcune filiali, alle misure prese in Italia già da fine febbraio, fino alla chiusura totale delle sedi italiane; per concludere con la ripresa delle attività nella fase 2 e le previsioni per il futuro prossimo.

Tiziano Suprani, come vi siete organizzati in Ferroli dopo lo scoppio dei contagi da Covid-19?

«La crisi legata al coronavirus è iniziata ormai diversi mesi fa, a partire dai riflessi sulle filiali cinesi, dove già da fine gennaio il virus ha avuto un’importante manifestazione.
In Ferroli siamo intervenuti verso metà febbraio congelando tutte le trasferte verso la Cina e strutturando un protocollo che consentisse la migliore gestione delle stesse, in primis quelle verso paesi cosiddetti ‘critici’ o ad altro rischio di contagio. Con l’occasione ne abbiamo approfittato per regolamentare le trasferte anche in paesi a rischio di altro genere, come le guerre ad esempio. Attraverso questa procedura abbiamo impedito che ci potessero essere fenomeni di trasmissione del contagio con i viaggi tra paese e paese.
Ciò però non è più stato sufficiente a inizio marzo, quando abbiamo esteso questa rigidità bloccando tutte le trasferte.
Sono poi intervenuti i primi decreti del Presidente del Consiglio, in conseguenza dei quali abbiamo agito congelando e limitando gli assembramenti di persone nei meeting, riducendone la quantità e il numero di partecipanti coinvolti, e nelle zone aziendali comuni, come ad esempio le aree break.

Quali azioni avete messo in campo a tutela della salute e del lavoro dei dipendenti, anche in relazione alle conseguenze delle misure restrittive sul vostro business? 

«Ancor prima che uscissero le direttive ministeriali che richiedevano la chiusura dei luoghi di lavoro non essenziali, noi avevamo già iniziato a seguire le regole nel nostro protocollo interno di gestione degli ambienti di lavoro, oltre che a stimolare il lavoro in smart working.

Tutto questo è avvenuto attraverso il coinvolgimento dell’RSPP (Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione), di figure interne delegate alla sicurezza, all’ambiente e all’igiene, come gli RLS (Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza), e costituendo i primi comitati negli stabilimenti, identificando i comportamenti da tenersi, quindi rendendo il più possibile edotti tutti i dipendenti ancora presenti in azienda.
Abbiamo poi ridotto sempre di più la presenza fino a chiudere l’azienda, non essendo noi un codice Ateco con possibilità di proseguire le attività nel rispetto governative.
Da metà marzo abbiamo fatto accesso alla cassa integrazione ordinaria grazie al decreto Cura Italia, estendendola a tutte le sedi e gli stabilimenti».

Come state affrontando la fase 2?

«Stiamo ripartendo, abbiamo riattivato gradatamente anche le attività impiegatizie oltre a quelle produttive, utilizzate ormai da qualche settimana “a rubinetto” sulla base degli ordinativi da far uscire.
Stiamo vedendo una ripresa che auspichiamo a giugno possa essere superiore al 50% del fatturato previsto a budget, e che quindi ci permetta di prendere una boccata di ossigeno e proiettarci a settembre con un recupero degli ordinativi e degli obiettivi di inizio anno».

 

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