Workers buyout, le imprese salvate dai lavoratori

Workers buyout, le imprese salvate dai lavoratori

(foto Shutterstock)

La prima esperienza, 35 anni fa, con le sarte di "Futura 21". Ad oggi le aziende trasformate da imprese a cooperative sono 350

Avevano vent’anni o poco più ed erano tutte donne, sarte. Lavoravano per un’azienda di Senigallia, che però era in crisi e doveva ridurre il personale. Non ci furono licenziamenti, ma una trasformazione: 21 lavoratrici scelsero di diventare cooperatrici e buttarsi a capofitto in un’avventura nuova, cui diedero un nome che era già un progetto, Futura21. Con la loro impresa tutta al femminile, nell’ormai lontano 1985, diventavano pioniere del “workers buyout”. Un’esperienza che in questi anni ha salvato 350 aziende e 15 mila posti di lavoro. Qualche giorno fa, Futura21 ha spento 35 candeline. E, nonostante le difficoltà conseguenti all’emergenza sanitaria, continua a guardare al domani con immutato ottimismo. 

Le lavoratrici di Futura 21
Le lavoratrici di Futura 21 in occasione del 35esimo compleanno della cooperativa (foto Legacoop)

Chi sono i workers buyout 

I “workers buyout” sono dipendenti di un’impresa in crisi o destinata alla chiusura che scelgono di associarsi in cooperativa, rilevare l’azienda e rilanciarla. Di fronte al rischio di perdere il posto, ma anche un patrimonio di storia, esperienza e competenze, i lavoratori decidono di dare fondo ai risparmi per diventare imprenditori di sé stessi. Possono investire soldi propri ed anche l’indennità di mobilità, ad esempio per prendere in affitto o acquisire l’azienda dal liquidatore o dal curatore fallimentare, a volte anche dal datore di lavoro stesso. Poi le modalità possono variare da caso a caso. C’è chi acquisisce l’intera azienda, chi una parte, chi compra i macchinari all’asta. Da qualche anno, il “wbo” rappresenta anche un’opportunità per riavviare imprese confiscate alla criminalità organizzata. 

Come diventare workers buyout

Una volta che l’azienda va in crisi (per fallimento, per assenza di ricambio generazionale o perché confiscata alla criminalità organizzata) i lavoratori possono provare a salvare il loro posto di lavoro attraverso un’operazione wbo. Avviano quindi un primo contatto con le strutture di rappresentanza e gli uffici della cooperazione (Legacoop) del loro territorio, per conoscere gli strumenti finanziari cooperativi e la rete di servizi disponibili. Ma anche per valutare tutte le difficoltà e i problemi che vanno affrontati. Poi si fa l’analisi aziendale e, se ci sono i presupposti, si procede con un piano industriale, che deve coprire un arco di tempo di almeno tre anni. Serve, quindi, un progetto di finanziamento che può coinvolgere: i lavoratori, la finanza cooperativa ed il sistema creditizio. Una volta pronto il business plan, può partire la nuova impresa cooperativa. 

Industria Plastica Toscana, dalla crisi alla rivincita

Le imprese cooperative nate con il sistema del wbo sono accomunate, per lo più, da storie positive, di forza d’animo e di riscatto. Come quella dell’Ipi, Industria Plastica Italiana, che dopo il fallimento nel 1994, grazie alla tenacia di 78 lavoratori, si è trasformata in Ipt, Industria Plastica Toscana. Il passaggio a cooperativa, però, non ha reso più semplice la situazione, perché il mercato degli imballaggi plastici era in crisi e l’azienda continuava a navigare in cattive acque. Fino al 2006, quando il gruppo dirigente decide di investire su nuovi materiali, biodegradabili e compostabili. Oggi la Ipt è una delle principali produttrici di bio-shopper, i sacchietti biodegradabili che da qualche anno sono prepotentemente entrati nella nostra quotidianità: dal bidone dell’umido al reparto ortofrutta. 

 

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