È in libreria il nuovo libro di Gianluca Spolverato, founder di laborability, sui processi di trasformazione organizzativa del mondo del lavoro
La sesta edizione di IMPACT 2030 si è rivelata la cornice perfetta in cui presentare al pubblico il nuovo libro di Gianluca Spolverato. Nel volume, disponibile in libreria e online dal 5 giugno, il founder di laborability e managing partner di WILEGAL offre la sua visione sul futuro del mondo del lavoro e sulle principali sfide che attendono al varco aziende, lavoratori e società civile, dichiarando fin dal titolo l’intenzione di essere dirompente.
Il titolo del libro è “Bulldozer. Il lavoro cambia, cambiamo il lavoro” (Egea, 2026), presentato il 27 maggio anche alla libreria Egea di Milano, sede della casa editrice nata nel 1988 per documentare e diffondere la cultura economico–manageriale elaborata in ambito universitario.
“Perché il lavoro sta cambiando. Solo che spesso continuiamo a leggerlo e viverlo, come se non stesse succedendo niente”, ha detto Spolverato, lo scorso 20 maggio durante IMPACT2030, spiegando l’origine e le motivazioni del suo libro, che ambisce a qualcosa di più incisivo di raccontare semplicemente il lavoro. Nasce per cambiarlo.
“Intanto ci abituiamo a spiegazioni facili”, ha sottolineato, “che bisogna adattarsi, che è sempre stato così, che prima o poi si aggiusta. Io non credo che nulla si aggiusti da solo. Questo libro nasce da qui. Dal momento in cui ho smesso di accettare queste frasi come inevitabili e ho iniziato a chiedermi cosa stavano nascondendo”.
Il lavoro italiano è entrato in una nuova era senza accorgersene. Mentre la tecnologia accelera, la produttività ristagna, i salari arretrano e le persone si logorano, continuiamo a discutere come se fossimo nel 1995. Invece di puntare il dito su un colpevole unico, Bulldozer va alla radice del problema.
Che non risiede nel “sistema” o nelle persone, e neppure nella tecnologia, che in molti casi appare come un bersaglio facile quanto comodo, in questa fase di rapida integrazione dell’intelligenza artificiale nel tessuto economico e industriale.
“Il problema è qualcosa di più quotidiano: il modo in cui lavoriamo. E ciò che continuiamo a considerare normale anche quando non lo è più”, ha indicato Spolverato. “Bulldozer non è un manuale e non è un saggio. È un attrezzo. Serve a mettere in discussione quello che diamo per scontato: il tempo che sprechiamo, i linguaggi che usiamo senza accorgercene, le strutture che difendiamo anche quando non funzionano più. E soprattutto serve a togliere un alibi che ci riguarda tutti: “non dipende da me”. Perché il lavoro non è qualcosa che subiamo soltanto. È qualcosa che contribuiamo a costruire ogni giorno”.
Quindi una specifica importante, da parte dell’autore, sull’essenza stessa di Bulldozer, che non è solo un libro. “Un libro si compra. Si legge. Si sottolinea. Si mette in libreria. Bulldozer no”, ha chiarito Spolverato, “Bulldozer nasce per essere usato. Perché il lavoro non ha bisogno dell’ennesima analisi elegante. Non ha bisogno di un’altra tavola rotonda. Non ha bisogno di parole che restano vuote.
Ha bisogno di un attrezzo. Per aprire crepe. Per demolire quello che non regge più. Per costringere aziende, imprenditori e manager a guardare dove normalmente non vogliono guardare. Dentro il tempo che viene occupato. Dentro il valore che non si sa dove sta. Dentro le parole che si usano per abbellire i problemi. E dentro le relazioni di potere che chiamiamo organizzazione”.
Bulldozer parte da quattro fratture radicali. La prima: ridurre l’orario di lavoro non è utopia, è l’unica riforma che può restituire tempo, salute e produttività. La seconda è che cambiare il linguaggio del lavoro è un atto politico; finché usiamo parole finte, decorative, nessuna trasformazione può accadere. La terza: liberare le relazioni, per smettere di lavorare in organizzazioni che tolgono energia invece di generarla, perché senza fiducia, responsabilità e adultità, non esiste futuro. Infine: pagare di più le persone, perché non c’è innovazione, IA o produttività che regga se il lavoro continua a essere impoverito e reso insignificante.
Nel suo libro Spolverato dice poi una cosa semplice ma illuminante, specialmente perché spesso rischiamo di dimenticarcene: il lavoro cambia comunque. Lo ha sempre fatto, nel corso dei millenni e dell’evoluzione della civiltà umana, in tutti i continenti, e oggi continua a farlo a velocità e con nuove soluzioni sempre più sorprendenti, grazie alla spinta di nuove tecnologie.
“La domanda è se vogliamo cambiarlo noi o farci travolgere”, ha ribadito Spolverato, “Il libro è il primo colpo. Non l’ultimo. Da qui parte un cantiere culturale e operativo. Dentro le aziende.
Dentro le decisioni. Dentro il modo in cui lavoriamo, comandiamo, paghiamo, comunichiamo, formiamo, tratteniamo o perdiamo persone.
Non ho scritto un libro per aggiungere altro rumore al dibattito sul lavoro. L’ho scritto perché molte cose non si aggiustano più con un cacciavite. Serve un Bulldozer. Per anni ho guardato il lavoro da dentro e, a un certo punto, ho iniziato a non riconoscerlo più. Le riunioni che si trascinano senza lasciare niente. Le decisioni che sembrano importanti mentre le prendi e poi non cambiano davvero le cose. Le giornate piene, ma senza una direzione vera. E poi le persone. Quelle che reggono tutto. E che lentamente si adattano a un ritmo che le consuma senza farlo vedere. Per molto tempo ho pensato fosse normale. Poi ho smesso di pensarlo”.