Cura dell’ambiente, del territorio e delle persone, per essere aziende sostenibili

testimonianze di Coca Cola, Conad e Barabino&Partners ad Agenda 2030
(foto Agenda 2030)

A Milano, nel corso dell’evento Agenda 2030, si parla di sostenibilità nel mondo del lavoro. Le testimonianze di Coca Cola, Conad e Barabino&Partners

Cosa vuol dire, per un’azienda, essere sostenibile? In occasione della terza edizione di Agenda 2030 l’avvocato Eleonora Cangemi, partner della sede di Milano di Wi Legal, lo ha chiesto a tre relatori d’eccezione: Santolo Sepe, External Communication Manager di Coca Cola HBC, Fabio Caporizzi, Chief Relationship Officer di Conad, e Luca Barabino, ceo di Barabino&Partners. L’evento, organizzato da SHR ITALIA e WI LEGAL, ha messo al confronto tre sguardi diversi: quello di una multinazionale che produce bibite, di un’importante catena retail e di una nota agenzia di comunicazione. Tre punti di vista e tre esperienza molto distanti tra loro. La linea d’azione, tuttavia, è condivisa: un’azienda è tanto più sostenibile quanto più riesce ad impostare una politica di gestione del personale tesa a ridurre gli sprechi, viaggi e trasferte, ripensare gli spazi di lavoro, investire sulla mobilità sostenibile, introdurre logiche di premialità del management

Coca Cola: obiettivo zero emissioni nel 2040

Coca Cola HBC Italia produce, imbottiglia e distribuisce prodotti a marchio Coca Cola nel mondo. In italia ha cinque 5 stabilimenti dove lavorano circa 2 mila persone. Sul fronte della sostenibilità si muove ormai da tempo su tre binari: sostenibilità economica, ambientale, sociale. Ogni anno redige un rapporto sulla sostenibilità, che è non solo un punto su quanto fatto, ma anche un programma per il futuro. Sul fronte della sostenibilità economica, l’azienda ha allargato il portafoglio delle proposte adatte ad ogni occasione di consumo: non solo Coca Cola, Fanta e Sprite, ma anche bibite vegetali, tè e alcolici

«Pochi lo sanno ‒ sottolinea Sepe ‒ ma siamo i principali distributori di Amaro Lucano nel paese. Essere sostenibili dal punto di vista economico significa anche essere flessibili. Quando all’impatto sull’ambiente, tuttavia, sappiamo che quello del nostro business è molto forte: dalla produzione in fabbrica alle frigovetrine, il trasporto su camion, tutta la filiera di fatto inquina. Da 17 anni, tuttavia, cerchiamo di lavorare per capire come e dove ridurre le emissioni, con l’obiettivo di portarle a zero nel 2040. Abbiamo già pannelli fotovoltaici, impianti di cogenerazione e packaging da plastica riciclata, ad esempio. Arriveremo ad avere anche una flotta di mezzi di trasporto interamente green». 

Ma la sostenibilità, per Coca Cola, deve essere anche sociale: un principio che l’azienda declina con iniziative rivolte al territorio. Tra queste il progetto #YouthEmpowered per supportare i giovani nel difficile passaggio dalla scuola al mondo del lavoro. 

Conad: sostenibilità è sul territorio, dalla filiera produttiva alle iniziative per i quartieri

Anche Conad declina la sostenibilità sui tre fronti: economico, ambientale, sociale. Ma, coerentemente con la natura dell’azienda, che con i suoi 3300 punti vendita è fortemente legata al territorio e in particolare ai piccoli centri, lo fa concentrandosi in particolare sulla piccola scala e sulla prossimità. Da un punto di vista economico, spiega Fabio Caporizzi, «questo significa fare le cose per bene: proporre prezzi equi e lavorare con persone che si prendono cura dei clienti. E se oggi siamo leader nel retail, significa che siamo sulla buona strada». 

Quanto alla sostenibilità ambientale, «siamo interessati al pianeta perché è l’unico che conosciamo ‒ dice Caporizzi ‒  ma ci prendiamo cura del territorio, del quartiere. Perché il socio che gestisce il punto vendita conosce il quartiere, il parco, le scuole, le persone, le aziende che producono i prodotti. E questo fa la differenza: il nostro legame con le filiere produttive è molto forte, e anche questa è sostenibilità. Perché, solo per fare un esempio, compriamo da chi non usa pesticidi e da chi tratta in modo equo i lavoratori».

Infine il sociale. «Siamo una società cooperativa ‒ spiega ancora Caporizzi, ‒ quindi parte del profitto lo rimettiamo in circolo e lo reinvestiamo sullo sviluppo della rete, sulle comunità dove viviamo. Nel 2020 questo contributo è valso oltre 30 milioni in Italia. Un altro nostro pensiero sulla sostenibilità ‒ conclude Caporizzi ‒ è dedicato all’educazione. Cerchiamo sempre più di diventare azienda di relazione, non di negozi, e in questa relazione è per noi particolarmente importante l’aspetto dell’educazione, della formazione. Il nostro impegno su questo fronte è rivolto ai fornitori e alle persone dei punti vendita, ma anche ai nostri consumatori, nello sforzo di “educarli” a comportamenti virtuosi». 

Luca Barabino: anche il reclutamento di giovani risorse passa dalla sostenibilità

A chiudere il panel sulla sostenibilità è Luca Barabino, CEO e fondatore della società di comunicazione Barabino&Partners. «Quando si parla di sostenibilità ‒ esordisce ‒ l’impressione è che spesso se ne parli in modo speculativo o fuorviante. Si tratta invece di un tema da affrontare con concretezza e realismo. C’è un tema di giusto profitto, da correlare alla capacità di intervenire, e c’è un tema anche di traguardi e di tempi. C’è, anche, un fattore fondamentale nel mondo del lavoro, e ce lo ha insegnato la pandemia: le relazioni. Il Covid ha stravolto molte nostre consuetudini, ma la voglia di relazione domina su tutto: è quello che più ci è mancato quando eravamo lontani. Un valore antico, oggi più forte che mai». 

Ma non è tutto: la sostenibilità, oggi, è anche un valore aggiunto per il recruiting, che passa non solo da una valida proposta retributiva ma anche da stimoli professionali e da solidi valori aziendali. «I giovani ‒ conferma il ceo di Barabino&Partners ‒ si inseriscono nel mondo del lavoro con dinamiche lontane dal solo percorso di carriera e dall’offerta retributiva. Lavoro agile, flessibilità, ma anche un sistema di valori in cui identificarsi sono oggi requisiti fondamentali per attrarre talenti». 

 

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