Best practice per parità di genere, l’idea di 200 imprese

img 1: “Donna manager”

(foto Shutterstock)

L’equilibrio di genere aumenta la competitività delle aziende. 200 imprese investono nelle best practice per colmare gender gap

I nuovi orizzonti manageriali vedono le donne alla guida delle aziende, e individuano nella parità di genere una grande risorsa, nonché un fattore trainante per  società ed economia. Nasce da questa consapevolezza la volontà di 200 imprese a conduzione femminile di investire in iniziative che vadano a ridurre, fino a farlo scomparire, il gender gap. Le best practice possono fare davvero la differenza, ed essere di supporto alle donne imprenditrici nel percorso della loro affermazione professionale

Il contesto di riferimento

L’indagine della community Think4WomenManagerNetwork ha preso in esame 1.336 aziende italiane, che hanno fornito rapporti periodici sulla situazione del personale maschile e femminile nel biennio 2018-2019, in epoca appena precedente la pandemia. Inoltre, sono stati analizzati gli strumenti di comunicazione digitale di 10.000 aziende, e le best practice di 640 imprese, 500 delle quali hanno sottoscritto la Carta per le Pari Opportunità. Questa indagine mette in evidenza come, tra il 1977 e il 2019, il tasso di occupazione femminile in Italia sia aumentato di 16 punti percentuali, passando dal 33,5 al 49,5. L’Italia si trova ancora al 14° posto, nonostante abbia lavorato a un ritmo più sostenuto rispetto a molti Stati comunitari.

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Per quanto riguarda il gap salariale, l’impatto della maternità incide su una perdita reddituale delle donne occupate pari al 35% nei due anni che seguono il parto, e del 10% in quelli successivi. Anche questa indagine conferma la minor presenza femminile in area STEM: in tecnologia, ingegneria e finanza sembra esserci ancora poco spazio per le donne. Ed è proprio nei ruoli manageriali che emergono le maggiori differenze di retribuzione di genere ma, pur essendo ancora lungo il percorso verso la parità, l’Italia registra un aumento delle posizioni dirigenziali femminili, che sono passate dall’11% nel 2010, al 18% nel 2020.

Best practice verso equità di genere

Una delle disparità più pronunciate che caratterizza l’Italia e l’epoca che stiamo vivendo è la sproporzione di tempo dedicato al lavoro di cura e al ruolo genitoriale da parte delle donne rispetto agli uomini. Il fenomeno si accentua per le donne tra i 50 e i 60 anni, sulle quali grava sia il carico di cura dei genitori anziani, sia quello dei figli. Secondo l’Istat, infatti, nella fascia di età tra i 45 e i 64 anni, in 6 casi su 10 sono le donne a svolgere questo compito. 

Inoltre, in Italia la percentuale di donne con almeno un figlio che non ha mai lavorato per prendersene cura è pari all’11,1%, rispetto ad una media europea del 3,7%. In media, nel mondo, le donne trascorrono il doppio del tempo, rispetto agli uomini, in attività domestiche e quasi 5 volte in attività legate al lavoro di cura delle persone.

Per affrontare queste disuguaglianze, venticinque aziende si sono unite a Valore D nel progetto “Lavoro di cura e genitorialità”, con l’obiettivo di promuovere un  cambiamento culturale verso una maggiore uguaglianza di genere che veda protagonisti anche gli uomini, chiamati a una nuova sensibilità verso un futuro più equo. Le aziende hanno realizzato un documento contenente 200 best practice per redistribuire i carichi di lavoro e la cura genitoriale.

Tra le best practice che le aziende hanno messo in campo per supportare le donne in quest’ambito, c’è la flessibilità di organizzazione del lavoro e permessi (part-time, permessi per visite mediche, malattia del bambino, visite specialistiche, permessi inserimento al nido e materna); la formazione caregiver, il supporto al reinserimento e mentorship, il supporto psicologico, più altri servizi aggiuntivi (supporti economici, convenzioni, stanza per allattamento, supporto ricerca baby-sitter/badante).

L’obiettivo è ancora più ambizioso: superare il concetto di “equità di genere”, per im­maginare organizzazioni intelligenti, basate sulla valorizzazione costante delle competenze e dei talenti, in un’ottica meritocratica e del tutto slegata dal genere delle persone.

Leggi anche: 

‘Smart working, quello vero riduce il gender gap’

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