L’aziendalismo e i buoni motivi per non cambiare lavoro

img 1: “Riunione di lavoro”

(foto Shutterstock)

Fermarsi, focalizzandosi sull’azienda in cui si lavora, può essere un primo passo per la crescita professionale e il rafforzamento delle competenze

Nell’epoca della ‘fuga dei cervelli’ e del continuo cambiamento, restare in azienda potrebbe essere la vera sfida da affrontare, quella che ci fa crescere professionalmente e come persone. Non sempre, infatti, cambiare è sinonimo di evoluzione, né nella sfera privata, e nemmeno in quella lavorativa. A dedicare attenzione a questo tema è Alessandro Rimassa, imprenditore ed esperto di future of work, co-founder del Talent Garden e appassionato divulgatore di contenuti, che attraverso i canali social, diffonde i propri consigli. 

Come ritrovare l’engagement

Spesso, il desiderio di cambiare lavoro nasce da un calo della passione rispetto a ciò che si fa, o da una temporanea assenza di nuovi obiettivi. Fattori che, in un contesto fluido come quello attuale, predisposto al cambiamento piuttosto che al mantenimento di una posizione, si fanno sentire con maggior peso. Cosa fare, allora, prima di prendere una decisione importante, come il cambiare lavoro?

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Ad esempio, è importante chiedersi chi si voglia essere professionalmente: ci si immagina di più come componente di un’azienda, o ci si identifica meglio in un libero professionista, che agisce in totale autonomia e indipendentemente da una vision aziendale?

E ancora: quali sono i propri talenti? Quali le attitudini? E queste ultime, rispetto all’inizio del proprio percorso professionale, sono cambiate? Partendo dalle risposte a queste domande, si può delineare una prima risposta generale al quesito più importante, e ritrovare una consapevolezza di ciò che si desidera dal proprio lavoro, riscoprendo la motivazione.

Trovare i motivi per restare in azienda

In che modo capire se ci sia ancora spazio per la nostra figura in azienda, e soprattutto, quanto ci interessa fermarci? Innanzitutto chiedendoci cosa ci piaccia del lavoro che stiamo facendo, e poi anche cosa non funzioni, cercando di attuare dei piccoli cambiamenti per stare meglio. Ad esempio, confrontarci con il nostro manager sul momento professionale che stiamo attraversando, può essere un primo step per riavvicinarci all’azienda.

Altra cosa importante è riconoscere il nostro valore rispetto al contesto aziendale: tornare per un attimo al passato, e osservare cosa il nostro contributo professionale abbia apportato all’azienda e ai colleghi, che traguardi siamo riusciti a raggiungere, e quali sono le possibilità ulteriori di carriera per noi.

La sfera strettamente umana, poi, è tutt’altro che secondaria: se, nel tempo in cui ci siamo soffermati in azienda, siamo riusciti a costruire rapporti amichevoli e collaborativi, con un buon grado di complicità con i colleghi, abbandonarli potrebbe essere controproducente. Avere dei rapporti di sana condivisione con i colleghi di lavoro non è così scontato, ed è un elemento che contribuisce notevolmente al nostro benessere nella vita lavorativa. 

Leggi anche:

‘Favorire il benessere organizzativo attraverso la concretizzazione dei valori aziendali’

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