Formazione di base e competenze. Come integrare questi due fattori?

img 1: “Addetto alla logistica”

(foto Shutterstock)

Il passaggio da formazione di base a sviluppo di competenze avviene solo con l’esperienza lavorativa. Purché vi sia integrazione tra formazione e lavoro

di Gianluca Spolverato e Paola Salazar

Meglio apprendistato o tirocinio?

Le aziende sono alla continua ricerca di talenti. Lo leggiamo e lo sentiamo continuamente.

Ma cosa vuol dire talento? E quali sono gli strumenti più idonei a gestirlo e farlo crescere?

Il talento in alcuni casi è innato e si sviluppa nonostante le possibili avversità sociali e culturali di contesto. In altri casi, è alimentato solo dalla combinazione di una serie di fattori favorevoli, aiutati dal giusto contesto familiare, sociale ed economico di riferimento.

Ma quando il talento diviene competenza, qualunque sia il contesto in cui sia nato?

Come far crescere il seme del talento

Sicuramente il primo passo di questo percorso è affidato alla formazione di base, accompagnata poi da studi specialistici e dalla formazione terziaria.

Sono questi gli strumenti utili per coltivare il talento, affrontando i diversi gradi di quella che sarà la professione (manuale o intellettuale) che si è deciso di intraprendere.

Una formazione necessaria a far sì che quel particolare talento, alimentato poi dal giusto percorso di inserimento al lavoro, possa trovare il giusto terreno per svilupparsi e per crescere, indipendentemente dalle sollecitazioni – negative o positive – del contesto in cui è nato.

La formazione di base è sufficiente?

Alla formazione di base è affidato il compito più importante e gravoso. Deve istruire, far crescere, formare le menti al ragionamento, insegnare un metodo di studio e di apprendimento, allenare al cambiamento, accompagnare nell’interpretazione ed evoluzione della società.

Deve oggi fornire anche gli strumenti per seguire l’innovazione tecnologica e cercare di ispirare passioni che durino nel tempo. Quindi costituisce il primo momento fondamentale in cui gestire e coltivare il talento e lo sviluppo delle future competenze, che troveranno poi nel lavoro il terreno in cui crescere.

Dalla formazione primaria alla formazione specialistica

Alla formazione secondaria e soprattutto a quella terziaria è invece affidato un compito più specifico, ossia quello di orientare concretamente nella scelta di una professione, intellettuale o manuale che sia.

Obiettivo particolarmente difficile, stando ai numeri delle ricerche che, a livello nazionale e a livello regionale, registrano in Italia una grande incertezza da parte dei giovani nella scelta di cosa vorranno fare “da grandi”. 

In questo ambito, un ruolo fondamentale è affidato alla formazione tecnica e specialistica, la quale ha proprio il compito di guidare l’inserimento al lavoro attraverso un percorso teorico e, soprattutto, pratico.

Il ruolo degli Istituti Tecnici Superiori

Si tratta del ruolo svolto ad esempio dagli ITS. Vi è da tempo un grande fermento nel nostro paese in merito al rinnovamento degli Istituti tecnici superiori, che hanno grande rilevanza per favorire l’ingresso al lavoro e la transizione scuola – lavoro.

Fermento che le risorse messe a disposizione dal PNRR hanno solo reso più attuale e stringente, ma che da tempo è vivo e presente negli obiettivi di rilancio, in generale, del sistema di istruzione e di formazione.

Un disegno di legge da poco approvato dal Senato ne prevede la riforma partendo anche dal nome. Diventeranno infatti Istituti Tecnologici Superiori (ITS Academy).

Obiettivo della riforma è quello di orientare in modo più specifico l’attività svolta da questi istituti verso la costruzione di professionalità sempre più coinvolte dalla tecnologia, con l’auspicio di coprire il sempre più crescente fabbisogno di tecnici da parte delle aziende.

E l’istruzione universitaria?

La riforma degli ITS è un obiettivo ambizioso, che fa ben sperare sulla presa di coscienza istituzionale in merito all’importanza della formazione tecnica superiore.

Ma questo importante passaggio potrebbe non essere sufficiente, considerato anche il ritardo da parte del nostro paese nell’affrontare, sul fronte della formazione terziaria, l’integrazione di questi istituti con il sistema universitario.

Spesso i percorsi di laurea non garantiscono l’accesso ai lavori per cui si è studiato. Inoltre, gli ultimi dati Eurostat sulla formazione terziaria registrano per l’Italia che nei giovani tra i 25 anni e i 34 anni solo il 28% è in possesso di un titolo di formazione terziaria. Contro una media europea del 41% e un obiettivo stimato – sempre a livello europeo – del 45% entro il 2030.

Dalla formazione tecnica all’ingresso al lavoro con l’apprendistato

L’integrazione tra formazione tecnica, formazione tecnica superiore e mondo universitario potrebbe aiutare ad alzare le statistiche e garantire meglio la coerenza tra percorso di studi e lavoro.

Tale integrazione, poi, potrebbe incentivare l’utilizzo da parte delle aziende dello strumento contrattuale dell’apprendistato, ancora erroneamente percepito come strumento di difficile gestione e non come opportunità e, di solito preferito – essenzialmente per ragioni di costo – nella sola forma dell’apprendistato professionalizzante, ossia a percorso di studi già concluso.

Quale forma di apprendistato?

L’apprendistato di primo livello (per la qualifica e il diploma professionale) e quello di terzo livello (di alta formazione e ricerca) presentano invece grandi opportunità, non solo per l’inserimento al lavoro e per l’orientamento dei giovani ma, soprattutto, per la costruzione nel tempo di professionalità che solo i percorsi integrati di formazione e lavoro possono assicurare.

Di queste forme contrattuali, infatti, il primo è prioritariamente agganciato alla formazione tecnica mentre il secondo alla formazione universitaria e specialistica.

Inoltre, una volta esaurito il primo livello di apprendistato, costruendo un percorso formativo più specifico e in crescita, è possibile proseguire il rapporto di lavoro in apprendistato professionalizzante, con notevoli vantaggi anche economici.

Meglio apprendistato o tirocinio?

I vantaggi dell’apprendistato per le aziende sono di due tipi: da un lato assicurano l’ingresso in azienda – peraltro a costi agevolati – dei giovani, garantendo loro una formazione mirata e specialistica, essenziale per la costruzione dei nuovi mestieri e delle nuove professionalità richieste dal mercato e dalla tecnologia.

Dall’altro assicurano maggiore tutela rispetto al ricorso – spesso distorto – che si è fatto in questi anni ai tirocini extracurriculari, i quali, tra l’altro, non sono contratti di lavoro e andrebbero usati con molta accortezza e solo ed esclusivamente quale prima forma di orientamento al lavoro.

La strada è già tracciata, è sufficiente coglierne le potenzialità.

 

 

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