Mar Mediterraneo, un delicato ecosistema da tutelare e una risorsa economica

(foto Shutterstock)

È necessario passare a un’economia “blu” sostenibile e a pratiche innovative. I settori produttivi legati al mare danno lavoro a 4,8 milioni di persone

“Non c’è un pianeta B”, è questa la prima frase che si legge sul sito di One Ocean Foundation, a ricordare che di questi tempi è necessario creare best practice sostenibili per la salvaguardia dell’ambiente e nello specifico di ecosistemi, come quello del Mar Mediterraneo, unici per la biodiversità e fondanti per lo sviluppo dei settori produttivi legati al mare.

Questi ultimi in termini occupazionali si traducono in circa 4,8 milioni di posti di lavoro e un fatturato annuo stimato di 386 miliardi di euro, con 205 milioni di valore aggiunto lordo.

A dirlo è il primo report di One Ocean Foundation sul rapporto tra mari, business e sostenibilità “Business for Ocean Sustainability”, realizzato in collaborazione con McKinsey & Company, Sda Bocconi e Csic (Consejo Superior de Investigaciones Científicas).
Ad essere coinvolte sono state più di 220 aziende, startup, associazioni e ONG di 13 settori industriali, per un fatturato totale di quasi 1.000 miliardi di euro (pari a circa il 15% del Pil italiano).

I RICAVI PER SETTORE 

Suddividendo per settore i ricavi annuali legati alle attività sul Mediterraneo risultano: 289 miliardi di euro dal turismo costiero, 33 mld dagli idrocarburi offshore, 32 mld dal trasporto marittimo, 14 mld dalla cantieristica navale, 11 mld da porti e stoccaggio merci e 7 mld da pesca e acquacoltura.

MINACCE ALL’AMBIENTE MARINO

Preservare l’ambiente marino e costiero «significa costituire l’habitat in cui le imprese possono svilupparsi – spiega Stefano Pogutz, docente di Corporate sustainability presso la Sda Bocconi, che presiede il comitato scientifico della Fondazione One Ocean – e il nostro paese ne potrebbe beneficiare visto che siamo al centro del Mediterraneo, ma esistono minacce». Pericoli diretti e indiretti, nel primo caso collegati ad esempio all’integrità dei fondali, a causa della pesca a strascico, lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali o agli sversamenti in mare di idrocarburi, biocidi e altre sostanze chimiche. Nel secondo caso, costituiti dalle plastiche e microplastiche che finiscono in mare.

LA SFIDA DELLA SOSTENIBILITÀ

In questa sfida per difendere la salute del Mediterraneo andando verso un’economia “blu”, sarà decisivo (si spera) il ruolo dei “sustainability leader”. Con questa definizione la ricerca identifica quel 34% di aziende consapevoli delle pressioni esercitate sull’ambiente dai settori industriali, che si attivano per eliminarle o attenuarle, attraverso tecnologie sostenibili. Imprese che sono 3,6 volte più attive delle altre nell’affrontare il problema dei contaminanti, e 3 volte più reattive nei confronti dell’inquinamento marino.

La restante percentuale di aziende è per il 44% non consapevole delle pressioni esercitate sull’ambiente marino né attiva nel contrastarle (“ritardatari”); e per il 22% suddivisa tra intervistati consapevoli ma inattivi (“bloccati”) e inconsapevoli ma attivi (“interessati”).

Perché gli obiettivi di salvaguardia del Mediterraneo vengano raggiunti saranno necessari una riduzione degli inquinanti, maggiore trasparenza, e la divulgazione delle azioni utili alla protezione dell’ambiente marino, favorendo sviluppo e diffusione delle nuove tecnologie.

La sostenibilità richiede inoltre competenze diverse e la creazione di una rete tra le imprese; politiche per la protezione degli ecosistemi marini, insieme a meccanismi di mercato, come incentivi fiscali per la ricerca e l’innovazione.

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