Smart working. In azienda arriva la settimana corta

img 1: “Smart working, con gatto davanti al pc”

(foto Shutterstock)

Lavorare di meno e produrre di più: lo smart working ribalta il paradigma e scommette sulla produttività. I casi di successo nel mondo

Poter scegliere da dove e quando lavorare, concentrandosi sui risultati da raggiungere, sfruttando al massimo le proprie soft skills, e magari sviluppandone di nuove. Questi sono i presupposti del lavoro da remoto, e di una visione del lavoro molto diversa da quella tradizionale. Quest’ultima si basava sul dare valore soprattutto alla quantità di tempo lavorato, rispetto al raggiungimento di un obiettivo. Oggi non è più così: la pandemia ha accelerato la diffusione dello smart working, e il mondo del lavoro vede protagonista una cultura del risultato che è diametralmente opposta alla concezione del lavoro di appena un decennio fa, almeno in Italia. 

Da questo contesto, in tutta Europa e in tutto il mondo, si sta facendo strada un approccio più libero alla gestione del lavoro, con aziende che iniziano a proporre modalità alternative, come la settimana corta, e governi che le appoggiano con provvedimenti legislativi concreti.

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La mini settimana in azienda

Nonostante le diversità culturali e i contesti lavorativi decisamente diversi, regioni d’Europa e del mondo lontane fra loro si stanno dirigendo verso la mini-settimana in azienda: si lavora dal lunedì al giovedì, a stipendio invariato, e raggiungendo, in molti casi, risultati di produttività anche maggiori rispetto alla condizione precedente.

Ed ecco che Islanda, Spagna, Giappone, Belgio ed Emirati Arabi, seguendo il principio del ‘lavorare meno per lavorare meglio’, propongono una settimana lavorativa di soli quattro giorni. L’ultimo esempio è quello del Belgio, i lavoratori potranno distribuire le loro ore di attività professionale: questa conquista è avvenuta nell’ambito di una riforma del lavoro molto più generale, tramite la quale, ora, i lavoratori hanno la possibilità di spalmare le ore settimanali di un contratto a tempo pieno, su quattro giorni lavorativi, e con un giorno di riposo in più a settimana.

La mini-settimana, i casi nel mondo

Ad iniziare questo percorso progressista nel lavoro, è stato in Nord europa, l’Islanda in primis, che ha pensato di restituire al tempo libero il giusto valore, partendo dal presupposto che un lavoratore felice, è un lavoratore che raggiunge i risultati. Il fine settimana di tre giorni risale, in realtà, al 2015, quando il governo islandese effettuò numerosi test su una settimana lavorativa da 4 giorni e 36 ore lavorative, senza tagli di stipendio. 

Risultato: un successo senza precedenti, con addirittura l’aumento della produttività, in molti casi. Lavoratori meno stressati godono di una salute migliore, e il raggiungimento di un buon work life balance aumenta l’engagement delle persone nel lavoro.  

In Nuova Zelanda, la premier ha indicato nella settimana corta uno strumento per lavorare per favorire la ripartenza, mentre in Inghilterra 45 parlamentari hanno firmato una mozione per chiedere al governo di istituire una commissione che esamini la proposta della settimana da quattro giorni.

La Spagna, invece, ha proposto una sperimentazione sulla mini-settimana che coinvolgerà un gruppo di aziende selezionate che, nei prossimi tre anni, si misureranno con l’orario di lavoro ridotto.

La Scozia che ha dato il via libera ad una settimana lavorativa di prova di quattro giorni. I lavoratori avranno, così, il loro orario ridotto del 20%, senza subire alcuna perdita di compenso.

In Giappone, noto in tutto il mondo per l’instancabilità della sua forza lavoro, la Microsoft ha sperimentato un programma settimanale più breve. L’azienda ha dato ai suoi 2.300 dipendenti l’opportunità di scegliere una varietà di stili di lavoro flessibile, a seconda delle circostanze del lavoro e delle necessità della vita privata.  L’obiettivo è stato raggiunto: lavoratori più felici, e nel 40% dei casi più produttivi.

Leggi anche:

‘Distribuito, flessibile, autonomo: così cambierà il lavoro’

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