Guida ai buoni pasto: normativa, tassazione e vantaggi

(fot5o Shutterstock)

Uno strumento semplice e molto diffuso, ma con regole precise: ecco come funzionano davvero i buoni pasto.

I buoni pasto sono uno dei benefit più usati dalle aziende per aiutare i lavoratori nelle spese di tutti i giorni.

Le regole, però, non sono sempre facili da capire, perché riguardano aspetti fiscali, contratti di lavoro e scelte aziendali. In pratica, i buoni pasto servono a sostituire la mensa aziendale: permettono ai dipendenti di fare la pausa pranzo in ristoranti, bar e locali convenzionati, oppure di acquistare prodotti alimentari al supermercato.

La legge prevede vantaggi fiscali per questo strumento, ma con regole diverse a seconda che i buoni siano cartacei o elettronici.

Voce Dettagli
A cosa servono I buoni pasto sostituiscono la mensa e si possono usare per i pasti e prodotti alimentari
Limiti di esenzione 4 euro al giorno per i cartacei, 10 euro per gli elettronici
Quando spettano Di solito per ogni giornata effettivamente lavorata

Cosa sono i buoni pasto 

I buoni pasto sono tra le iniziative di welfare aziendale più diffuse in Italia, oltre che tra le più apprezzate. I ticket restaurant, infatti, permettono di acquistare prodotti alimentari presso esercizi convenzionati: bar, ristoranti, ma anche supermercati. Hanno un valore commerciale variabile a seconda di quanto stabilito dall’azienda e, in genere, una validità temporale entro la quale devono essere utilizzati.

Quando non è presente un servizio mensa in azienda, l’azienda può decidere di erogare dei buoni pasto ai propri dipendenti per ogni giorno di effettivo lavoro.

I buoni non sono soggetti a tassazione e perciò il loro utilizzo è conveniente sia per chi li eroga sia per chi li riceve.

Buoni pasto elettronici 

I buoni pasto elettronici sono la versione digitale dei tradizionali ticket cartacei e oggi sono la soluzione più usata dalle aziende.

Sono pratici e semplici da utilizzare: funzionano tramite una card, simile a un bancomat, oppure tramite un’app sullo smartphone. Al momento del pagamento basta usare la card o l’app negli esercizi convenzionati. 

La legge prevede anche un vantaggio fiscale per questo tipo di buono, portando la soglia di esenzione fiscale fino a 10 euro al giorno per ogni singolo ticket. 

Buoni pasto cartacei 

I buoni pasto cartacei sono la versione tradizionale dei ticket e oggi sono meno usati rispetto a quelli elettronici. In alcune aziende, però, sono ancora presenti. 

A differenza dei ticket elettronici, si presentano sotto forma di blocchetti o carnet e vengono consegnati materialmente al dipendente, che può usarli nei supermercati e nei negozi di alimentari più grandi.

Anche i buoni pasto cartacei seguono regole precise, sia per quanto riguarda le condizioni di utilizzo sia per il trattamento fiscale, con specifici limiti di esenzione. Il confronto con i buoni elettronici mette in evidenza alcune differenze importanti, soprattutto sulle soglie fiscali e sulle modalità di gestione. Questi aspetti possono incidere sulle scelte delle aziende e sulla reale convenienza per i lavoratori e le lavoratrici.

I buoni pasto sono fringe benefit? 

Una delle domande più frequenti che sorge quando si parla di welfare aziendale è se i buoni pasto sono fringe benefit. Sebbene nel linguaggio comune si tenda a fare un unico grande calderone di tutto ciò che l’azienda eroga oltre alla busta paga, la normativa fiscale italiana (il Testo Unico delle Imposte sui Redditi) fa una distinzione molto precisa. 

Tecnicamente, i buoni pasto sono fringe benefit solo in senso lato, ma dal punto di vista legale e fiscale appartengono a una categoria differente, quella dei servizi sostitutivi di mensa. La normativa fiscale, infatti, li regola in modo specifico, prevedendo limiti di esenzione distinti rispetto a quelli applicati ai fringe benefit “classici”.

Dire che i buoni pasto sono fringe benefit può quindi essere corretto sul piano descrittivo, ma dal punto di vista tecnico è più preciso considerarli una categoria a sé, con regole proprie sia in termini di utilizzo sia di tassazione.

Buoni pasto: a chi spettano? 

I destinatari sono espressamente indicati nel DECRETO 7 giugno 2017, n. 122:

  • i dipendenti subordinati, sia full time che part time;
  • i soggetti che hanno un rapporto di collaborazione, anche non essendo subordinati;
  • i lavoratori e le lavoratrici in smart working, per un principio di parità di trattamento tra le diverse tipologie di lavoro.

Buoni pasto: come funzionano

I buoni pasto sostituiscono la mensa aziendale e di conseguenza possono essere spesi solo per alcune categorie di beni: alimenti, bevande e qualsiasi altro prodotto alimentare pronto per il consumo. Sono quindi esclusi ad esempio gli acquisti di giornali o altri oggetti non riconducibili a prodotti alimentari. 

I buoni pasto possono essere utilizzati non solo nei supermercati, ma anche in pizzerie, agriturismi o qualunque altro negozio con prodotti alimentari convenzionato ad accettare questo tipo di buoni.

In genere si possono utilizzare al massimo 8 buoni pasto per ogni spesa, ma è sempre bene verificare con l’esercente, perché la quantità varia, anche in base all’importo di ogni buono.

I buoni possono essere erogati sia in forma cartacea, che elettronica, e possono essere utilizzati esclusivamente dal lavoratore cui sono rivolti.

La legge fissa dei limiti massimi per non assoggettare i buoni a tassazione:

  • i buoni erogati in forma cartacea possono arrivare a 4€. Questi buoni si presentano come un blocchetto fisico in cui è indicato il valore del buono e la sua scadenza;
  • i buoni elettronici possono arrivare fino a 10€, e vengono accreditati su una card simile a un bancomat, con relativo codice PIN.

Buoni pasto dipendenti pubblici 

Il tema dei buoni pasto per i dipendenti pubblici ha alcune caratteristiche diverse rispetto al settore privato. Queste differenze dipendono soprattutto dalle regole organizzative della pubblica amministrazione e dai vincoli di spesa. 

Anche nel settore pubblico, i buoni pasto per i dipendenti pubblici sono riconosciuti come strumento sostitutivo del servizio mensa. Sono destinati ai lavoratori e alle lavoratrici che non possono usare strutture interne. 

La loro erogazione è di solito regolata dai contratti collettivi e da specifiche disposizioni amministrative, che definiscono condizioni, importi e modalità di assegnazione.

Dal punto di vista fiscale, valgono gli stessi principi previsti per il lavoro privato, con le relative soglie di esenzione stabilite dalla legge. Tuttavia, l’applicazione concreta può cambiare da un’amministrazione all’altra, anche in base alle risorse disponibili e alle scelte organizzative adottate. 

A differenza del settore privato, dove c’è maggiore flessibilità, nel pubblico impiego l’uso del formato elettronico è ormai lo standard. Questo serve a garantire più trasparenza e tracciabilità della spesa pubblica. 

Buoni pasto dipendenti privati

Nel settore privato, l‘erogazione dei buoni pasto ai dipendenti privati non rappresenta un obbligo di legge universale, ma deriva solitamente dalla contrattazione collettiva, da accordi aziendali o da libere scelte del datore di lavoro. 

Questa flessibilità permette alle imprese di ogni dimensione, dalle piccole realtà locali alle grandi multinazionali, di integrare la retribuzione dei propri collaboratori in modo intelligente ed efficace. 

A differenza del settore pubblico, dove le procedure sono spesso più rigide, i datori di lavoro privati hanno una maggiore libertà nel definire il valore nominale del ticket e i criteri di assegnazione, utilizzandoli spesso come uno strumento strategico di welfare per migliorare il clima aziendale.

Buoni pasto 2026: la normativa e le principali novità

Il panorama del welfare aziendale ha subito un’importante evoluzione con l’arrivo dei buoni pasto 2026. La novità più rilevante, introdotta dalla recente legge buoni pasto (ovvero la Legge di Bilancio 2026), riguarda l’innalzamento della soglia di esenzione fiscale per i titoli digitali: dal 1° gennaio 2026, infatti, il limite esentasse per i ticket elettronici è salito da 8 a 10 euro al giorno. 

Questa modifica alla normativa sui buoni pasto permette alle aziende di riconoscere ai dipendenti un contributo più alto, senza aumentare le tasse a loro carico. In questo modo, il lavoratore riceve un beneficio più conveniente, perché il valore del buono non viene tassato entro i limiti previsti.

Se ti stai chiedendo, cosa cambia per i buoni pasto 2026 nel formato cartaceo, la risposta è: nulla. Questa scelta conferma la volontà del legislatore di favorire sempre di più l’uso dei buoni pasto elettronici.

I buoni pasto sono obbligatori?

In linea generale, la risposta è no: la legge non prevede un obbligo per il datore di lavoro di riconoscere i buoni pasto ai propri dipendenti. 

Si tratta infatti di un beneficio che l’azienda può decidere di introdurre volontariamente. In alternativa, può essere previsto dal contratto collettivo applicato, che ne stabilisce condizioni e modalità di erogazione. 

Dire che i buoni pasto sono obbligatori è quindi corretto solo quando lo prevedono il contratto collettivo, un accordo aziendale o altre regole interne vincolanti. 

Se non ci sono queste condizioni, l’azienda può scegliere liberamente se riconoscere o meno i buoni pasto, in base alla propria organizzazione e alle sue politiche di welfare aziendale

Quanti buoni pasto al mese si ricevono?

Per capire quanti buoni pasto si ricevono al mese, bisogna guardare al numero di giornate effettivamente lavorate. In generale, ogni dipendente che riceve buoni pasto ha diritto a un buono per ogni giornata lavorativa.

Il datore di lavoro può anche decidere di erogarne di più, ma in questo caso i buoni in eccesso entrerebbero nel reddito del dipendente e perderebbero i vantaggi fiscali.

In un mese standard, con circa 20-22 giorni lavorativi, il numero di buoni pasto corrisponde quindi ai giorni realmente lavorati. Vanno però esclusi i giorni di assenza.

Ferie, permessi retribuiti, festività e malattia non danno diritto al buono pasto, perché in quelle giornate il dipendente non lavora e non ha bisogno di consumare il pasto durante l’attività lavorativa.

Importo buoni pasto

L’importo buoni pasto è il valore in euro riconosciuto al lavoratore per ogni giornata di lavoro. 

Non esiste una cifra fissa stabilita per legge valida per ogni settore; l’importo dei buoni pasto viene determinato dagli accordi aziendali. Generalmente, nel mercato italiano, i valori più diffusi variano tra i 5 e i 10 euro, che rappresenta l’attuale limite di non imponibilità giornaliera del buono pasto elettronico.

Esempio busta paga con buoni pasto 

Vedere i buoni pasto in busta paga può creare qualche dubbio, soprattutto per chi non ha molta familiarità con il cedolino. In realtà, però, il funzionamento è abbastanza semplice. 

Di solito questi importi compaiono in una sezione specifica del documento, spesso separata dalle voci che formano la retribuzione lorda. Questo serve a evidenziare che si tratta di un beneficio che non viene tassato, entro i limiti previsti dalla legge.

Se prendiamo come riferimento un esempio di una busta paga con buoni pasto relativo a un mese di 20 giorni lavorativi, con un ticket elettronico di 7 euro, il dipendente vedrà indicato un valore totale di 140 euro.

Questa cifra viene indicata soprattutto a scopo informativo o contabile, ma non viene aggiunta al reddito tassabile del lavoratore.

Di conseguenza, i buoni pasto in busta paga non aumentano né le trattenute Irpef né i contributi previdenziali a carico del dipendente, a differenza di quanto accadrebbe con un premio in denaro dello stesso valore.

Nel nostro esempio busta paga con buoni pasto, quindi, i 140 euro arrivano per intero, sotto forma di credito caricato sulla card.

Buoni pasto: il limite annuale 

Quando si parla di benefit aziendali, si fa spesso confusione tra le diverse soglie previste dalla legge. 

A differenza dei premi generici, per i quali esiste un tetto massimo complessivo da non superare nell’arco dei dodici mesi, per i buoni pasto il limite annuale non è previsto in termini di cifra fissa totale. 

Il controllo della tassazione avviene infatti su base giornaliera, rispettando i limiti di 4 euro per il cartaceo e 10 euro per l’elettronico per ogni giorno di effettiva presenza in servizio.

Questo significa che il valore complessivo che un dipendente può accumulare in un anno dipende esclusivamente dal numero di giornate lavorate. Ad esempio, un collaboratore che effettua 220 giorni di presenza nel corso dell’anno può ricevere fino a 2.200 euro di ticket elettronici totalmente esentasse.

Cosa si può comprare con i buoni pasto?

Capire cosa si può comprare con i buoni pasto è importante per usare correttamente questo strumento ed evitare sorprese al momento del pagamento. 

Dato che i buoni pasto sostituiscono il servizio mensa, la legge ne consente l’utilizzo solo per acquistare pasti pronti o prodotti alimentari. Possono quindi essere usati in molti esercizi convenzionati, come ristoranti, bar, tavole calde, supermercati e alcuni spacci aziendali. 

In questi punti vendita, puoi acquistare tutto ciò che rientra nella categoria degli alimenti e delle bevande, offrendoti una buona flessibilità nella gestione della pausa pranzo o della spesa alimentare quotidiana.

Ci sono però limiti precisi su cosa puoi comprare con i buoni pasto. Non puoi usarli per acquistare prodotti non alimentari, come articoli per la pulizia della casa, prodotti per l’igiene personale, elettrodomestici, abbigliamento o giornali. Allo stesso modo, non puoi usarli per comprare alcolici o tabacchi.

Qual è la scadenza buoni pasto

I buoni pasto hanno una propria scadenza, che è abbastanza lontana nel tempo. Infatti:

  • i buoni pasto erogati da gennaio ad agosto scadono il 31 dicembre dell’anno in corso;
  • i buoni pasto erogati da settembre a dicembre scadono il 31 dicembre dell’anno successivo.

Se ti dovessi accorgere di avere dei buoni pasto scaduti e non ancora utilizzati non temere, è possibile sostituirli. 

Se possiedi buoni pasto cartacei ti consigliamo di rivolgerti al dipartimento delle risorse umane dell’azienda dove lavori, che provvederà a sostituirli; se invece sono elettronici puoi farlo autonomamente presso la società che emette i buoni pasto. Qualora dovessi essere in difficoltà chiedere aiuto alla propria azienda può essere sempre un’opzione valida.

Come funziona la tassazione dei buoni pasto 

Il meccanismo della tassazione buoni pasto è pensato per favorire il dipendente, ma dipende dal rispetto di precisi limiti giornalieri.

Come abbiamo visto, lo Stato considera i buoni pasto come un aiuto per il pasto e non come una parte dello stipendio, purché non superino determinati importi. Nel 2026, per i buoni elettronici, la soglia di esenzione è fissata a 10 euro al giorno: se il valore del singolo buono resta entro questo limite, non paghi tasse su quella somma.

È un vantaggio importante, perché l’intero importo caricato sulla card resta a tua disposizione, senza trattenute. 

Le cose cambiano quando si parla di tassazione buoni pasto in busta paga per importi superiori ai limiti di esenzione. Se, ad esempio, l’azienda ti riconosce un buono elettronico da 12 euro, la parte che supera il limite, cioè 2 euro, viene considerata come reddito da lavoro dipendente. 

Su quei 2 euro, quindi, vengono calcolati Irpef e contributi previdenziali, come avviene per lo stipendio 

Deducibilità buoni pasto

I buoni pasto offrono vantaggi fiscali per i datori di lavoro non indifferenti. Infatti i ticket erogati ai propri dipendenti sono da considerarsi buoni pasto deducibili per l’azienda al 100%, così come l’IVA è completamente detraibile.

Chi ha una partita IVA, è in regime ordinario (dunque, non in regime forfettario) e non ha dipendenti può comunque utilizzare i buoni pasto per sé. In questo caso la deducibilità buoni pasto è fino al 75%, mentre l’IVA rimane integralmente detraibile.

Va specificato che la deducibilità per gli autonomi con partita IVA senza dipendenti non può superare il 2% dei compensi che si sono percepiti nel periodo d’imposta.

Quanti buoni pasto si possono usare al giorno?

Per ogni transazione è possibile usare fino a 8 buoni pasto, fermo restando che per rimanere esentasse i ticket restaurant emessi dai datori di lavoro possono essere al massimo uno per ogni giorno lavorativo. 

Questo limite è stato introdotto per offrire maggiore flessibilità ai lavoratori e alle lavoratrici, permettendo loro di utilizzare i ticket non solo per il pranzo quotidiano durante la giornata lavorativa, ma anche per una spesa alimentare più consistente nei supermercati convenzionati.

Tuttavia, è importante ricordare che, sebbene la legge consenta l’utilizzo di otto titoli insieme, i buoni restano strettamente personali. Ciò significa che non possono essere ceduti a terzi, neppure ai propri familiari.

Si possono prendere buoni pasto in ferie

Ti starai chiedendo se sia possibile accumulare o ricevere i buoni pasto in ferie. Il buono pasto è un beneficio legato alla giornata di lavoro e alla necessità di consumare un pasto durante la pausa.

Per questo motivo, quando il dipendente non è effettivamente in servizio, l’erogazione del buono pasto si interrompe.

Quindi, non maturi i buoni pasto in ferie, perché manca il presupposto principale: la presenza al lavoro o lo svolgimento dell’attività lavorativa.

Si possono prendere buoni pasto in smart working? 

La possibilità di ricevere i buoni pasto smart working è stata molto discussa negli ultimi anni.

Oggi la legge non prevede un obbligo automatico per il datore di lavoro di riconoscere i buoni pasto a chi lavora da remoto. Questo obbligo esiste solo se è previsto dal contratto collettivo nazionale, da un accordo aziendale o dal contratto individuale firmato tra azienda e dipendente.

Tuttavia, molte aziende scelgono comunque di riconoscere i buoni pasto per chi lavora in smart working, per garantire lo stesso trattamento a chi lavora da casa e a chi lavora in ufficio.

I buoni pasto si prendono in maternità? 

Un dubbio frequente riguarda la possibilità di ricevere i buoni pasto in maternità.

In generale, la risposta è no. Come per ferie e malattia, il buono pasto è legato alla presenza effettiva al lavoro e alla necessità di consumare un pasto durante la giornata lavorativa.

Durante il congedo di maternità, sia obbligatorio sia facoltativo, l’attività lavorativa è sospesa. Per questo motivo, di solito non si maturano i buoni pasto in maternità, perché viene meno il motivo per cui il servizio sostitutivo di mensa viene riconosciuto.

Si possono convertire buoni pasto in soldi? 

Convertire buoni pasto in soldi è possibile? La risposta è no: per legge, i buoni pasto non possono essere trasformati in denaro contante.

La normativa italiana li considera strumenti che danno diritto a un servizio sostitutivo di mensa, non una forma di pagamento alternativa allo stipendio.

Per questo motivo, non puoi chiedere al datore di lavoro il rimborso in denaro e non puoi provare a monetizzarli presso gli esercenti convenzionati.

Costo buoni pasto per azienda

Valutare il costo dei buoni pasto per azienda non significa guardare solo al valore del singolo ticket. Bisogna considerare anche i vantaggi fiscali, che possono ridurre il costo reale per il datore di lavoro.

Per le imprese, infatti, i buoni pasto sono un costo deducibile al 100% ai fini IRES, IRPEF e IRAP. Per questo motivo rappresentano una delle forme di integrazione alla retribuzione più convenienti dal punto di vista economico.

Se ti stai chiedendo quanto costano i buoni pasto per le aziende, ricorda che su queste somme il datore di lavoro non deve versare contributi previdenziali e assistenziali, come INPS e INAIL. Questo può portare a un risparmio anche del 30-40% rispetto a un’erogazione in denaro dello stesso valore netto.

Nel 2026, il costo dei buoni pasto per l’azienda diventa ancora più vantaggioso grazie alla nuova soglia di esenzione per i buoni elettronici, fissata a 10 euro al giorno. Questo significa che l’azienda può riconoscere fino a 10 euro al giorno per ogni dipendente senza che quella somma venga tassata, offrendo così un beneficio più alto al lavoratore con un costo più efficiente.

Inoltre, per i buoni elettronici, l’IVA al 4% è completamente detraibile. Questo vantaggio, invece, non vale per i buoni cartacei.

Per capire davvero quanto costano i buoni pasto alle aziende, bisogna infine aggiungere al valore dei ticket anche le eventuali commissioni richieste dalle società che li emettono. Questi costi, però, sono spesso compensati dai vantaggi fiscali e dalla gestione più semplice offerta dai sistemi digitali.

Buoni pasto: i vantaggi per l’azienda 

I vantaggi dei buoni pasto si riflettono anche sull’azienda, perché permettono di gestire il costo del lavoro in modo più efficiente, senza rinunciare a offrire un beneficio concreto ai dipendenti. 

Il principale vantaggio riguarda il minore peso fiscale e contributivo. Sulle somme riconosciute tramite buoni pasto, infatti, l’azienda non deve versare contributi previdenziali e assistenziali. Questo rende i ticket più convenienti rispetto a un aumento dello stipendio lordo di pari valore. 

A questo si aggiungono altri benefici: i costi sono deducibili, l’IVA è agevolata e la gestione amministrativa è più semplice, soprattutto con i buoni elettronici. Inoltre, offrire buoni pasto può rendere l’azienda più attrattiva e attenta al benessere delle persone.

FAQ

I buoni pasto sono obbligatori?

No, salvo che siano previsti dal contratto collettivo, da un accordo aziendale o da regole interne.

Quanti buoni pasto si ricevono al mese?

Dipende dai giorni lavorati. In genere, spetta un buono per ogni giornata di lavoro effettivo.

Si possono convertire buoni pasto in soldi?

No, i buoni pasto non possono essere trasformati in denaro contante.

 

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