Quando non rispetti le direttive di un superiore si parla di insubordinazione, che può portare al licenziamento per giusta causa
L’insubordinazione sul lavoro si verifica quando un lavoratore non rispetta le direttive del proprio superiore. Ma cosa significa insubordinazione e quali sono le sue conseguenze?
La normativa giuslavoristica non offre una definizione precisa, ed è stata la giurisprudenza a chiarire il significato dell’insubordinazione. Se, come previsto, sei tenuto a eseguire ciò che ti viene richiesto dal datore di lavoro, il mancato rispetto di queste direttive viene considerato un inadempimento. In questi casi si parla di insubordinazione del lavoratore, ossia il rifiuto di adempiere alle disposizioni impartite dal superiore.
Secondo la giurisprudenza, l’insubordinazione del dipendente può essere definita anche come una “negazione pubblica e palese del dovere di obbedienza” o una “sfida aperta al potere direzionale del superiore”. Ciò significa che l’insubordinazione al datore di lavoro può manifestarsi non solo attraverso il rifiuto di un compito, ma anche con atteggiamenti provocatori o dichiarazioni che contestano l’autorità del superiore.
Comprendere cosa si intende per insubordinazione è fondamentale per sapere quali sono i limiti del proprio ruolo e le eventuali conseguenze di un comportamento ritenuto insubordinato.
Nella sua forma più comune, l’insubordinazione è una contestazione aperta nei confronti del proprio superiore, accompagnata dal rifiuto di eseguire i compiti assegnati.
Tuttavia, non si verifica solo nei casi di contestazione evidente o di mancato rispetto degli ordini ricevuti. Può manifestarsi anche in modi meno diretti, come attraverso atteggiamenti provocatori o comportamenti che dimostrano mancanza di rispetto verso le direttive aziendali.
Il licenziamento per insubordinazione rientra tra i licenziamenti disciplinari per giusta causa. Questo significa che, prima di essere applicato, deve essere avviato un procedimento disciplinare.
Il primo passo è la contestazione disciplinare, un provvedimento con cui l’azienda ti comunica i fatti contestati e le motivazioni dell’addebito. In questa comunicazione, deve essere indicato anche il tuo diritto a difenderti, presentando le tue giustificazioni o chiedendo di essere ascoltato.
I principali obblighi del dipendente sono stabiliti dall’articolo 2104 del Codice Civile.
Questo articolo prevede che tu debba svolgere il tuo lavoro con la diligenza richiesta dalla natura della prestazione e nell’interesse dell’azienda. Inoltre, sei tenuto a seguire le disposizioni stabilite dal datore di lavoro e dai tuoi superiori gerarchici.
In pratica, devi rispettare le direttive aziendali e svolgere le tue mansioni con la cura e l’attenzione adeguate al ruolo che ricopri.
La normativa sul lavoro non fornisce una definizione precisa di questa situazione, ed è stata la giurisprudenza a chiarire i presupposti dell’insubordinazione.
Se, come visto, devi eseguire le direttive dei tuoi superiori, il mancato rispetto di queste indicazioni viene considerato un inadempimento. In questi casi si parla di insubordinazione, cioè del rifiuto di eseguire le disposizioni impartite.
Secondo la giurisprudenza, l’insubordinazione può essere anche una “negazione pubblica e palese del dovere di obbedienza” o una “sfida aperta al potere direzionale del superiore”.
Gli esempi di insubordinazione più comuni riguardano situazioni in cui un lavoratore contesta le direttive dei superiori o viola consapevolmente le procedure aziendali. Tuttavia, oggi sono sempre più frequenti anche i casi di insubordinazione sui social.
Un esempio concreto riguarda un dipendente che ha pubblicato su Facebook un post in cui descriveva la situazione aziendale e il direttore del personale con toni macabri, arrivando persino a scrivere che dovrebbero essere “appesi a testa in giù”. Successivamente, durante un colloquio, lo stesso dipendente ha minacciato il proprio responsabile, dicendo di “non fargliela passare liscia” e aggiungendo “adesso non scherzo più”, con un atteggiamento così intimidatorio che i colleghi presenti hanno riferito l’accaduto alla direzione, dichiarandosi preoccupati per la propria sicurezza e chiedendo un intervento.
Di fronte alla gravità dei fatti, l’azienda ha deciso di procedere con il licenziamento per giusta causa. Il Tribunale di Pordenone ha confermato la legittimità del licenziamento, spiegando che l’insubordinazione non riguarda solo il rifiuto di eseguire le mansioni, ma anche comportamenti gravi che possono compromettere il normale svolgimento del lavoro e creare un grave turbamento all’interno dell’azienda (sentenza n. 126/2020).
Non tutte le ipotesi di insubordinazione possono giustificare il licenziamento. L’insubordinazione, infatti, deve essere grave, tale da non ledere il vincolo fiduciario e non consentire più la prosecuzione del rapporto di lavoro subordinato. Come si valuta la gravità dell’insubordinazione? Si deve valutare non in astratto, ma in concreto e con riferimento alla posizione delle parti, al grado di affidabilità richiesto dalle specifiche mansioni del dipendente e con riguardo alla portata soggettiva del fatto, vale a dire all’intenzionalità o meno del comportamento.
Secondo la Cassazione, la definizione di insubordinazione nel rapporto di lavoro subordinato non si limita al rifiuto di eseguire un ordine, ma comprende qualsiasi comportamento che comprometta l’esecuzione e il corretto svolgimento delle disposizioni aziendali all’interno dell’organizzazione.
Nel caso esaminato dalla Cassazione, l’azienda ha considerato il comportamento del dipendente come una grave insubordinazione, punendolo con la massima sanzione disciplinare: il licenziamento per giusta causa.
Il lavoratore ha impugnato la decisione, sostenendo che il suo comportamento rientrava in un caso di lieve insubordinazione, per cui il contratto collettivo prevedeva al massimo la sospensione dal lavoro, e non il licenziamento.
La Corte di Cassazione, però, ha dato ragione all’azienda, confermando la legittimità del licenziamento. Secondo i giudici, il comportamento del dipendente aveva un carattere plurioffensivo, tale da compromettere definitivamente il rapporto di fiducia con il datore di lavoro, soprattutto considerando il ruolo aziendale ricoperto dal lavoratore.
La Suprema Corte ha sottolineato che contestare i superiori con toni e modalità offensive non solo viola il principio di correttezza e rispetto, ma può anche danneggiare l’organizzazione aziendale. L’autorevolezza dei dirigenti e dei quadri intermedi è fondamentale per il buon funzionamento dell’azienda, e un comportamento ingiurioso e denigratorio nei loro confronti può creare un grave pregiudizio all’intero ambiente di lavoro.
Se vieni licenziato per insubordinazione, hai comunque diritto alla NASpI, l’indennità di disoccupazione.
Questo perché la NASpI viene riconosciuta in tutti i casi di interruzione involontaria del rapporto di lavoro. Anche se il licenziamento è stato provocato da un tuo comportamento, la decisione finale è sempre dell’azienda, ed è questo che conta ai fini del diritto alla prestazione.
Quindi, se vieni licenziato per insubordinazione, puoi comunque richiedere e ottenere la NASpI.
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