Tribunale di Milano: sì al congedo parentale anche per le coppie omosessuali

coppia di mamme sorride al neonato sul divano

(foto Shutterstock)

La sentenza: è discriminatorio negare il congedo parentale alla lavoratrice unita civilmente a un’altra donna, se i documenti anagrafici attestano il legame genitoriale con il figlio della compagna

Il fatto: la richiesta del congedo parentale

Due donne, unite civilmente, avevano deciso di avere un figlio, e una di loro aveva concepito un bambino con tecniche di procreazione medicalmente assistita all’estero. Sia la madre biologica sia la sua compagna (cosiddetta madre “intenzionale”) avevano poi riconosciuto il figlio nascituro davanti all’Ufficiale di stato civile di un comune italiano, e il riconoscimento era stato richiamato anche nell’atto di nascita del bambino.

La madre intenzionale, visto il legame genitoriale con il bambino, aveva chiesto al suo datore di lavoro di fruire del congedo parentale. L’azienda, però, aveva respinto la richiesta, in ragione dell’incertezza normativa sul tema della genitorialità delle coppie omosessuali.
La lavoratrice, ritenendo di essere stata discriminata a causa del suo orientamento sessuale, si era rivolta al giudice, chiedendo che fosse riconosciuto il suo diritto alla fruizione del congedo parentale, e che il datore di lavoro fosse condannato a cessare il comportamento discriminatorio e a risarcire i danni

L’ordinanza del Tribunale di Milano: «è discriminazione»

Il tribunale, con ordinanza del 12 novembre 2020, ha giudicato discriminatorio il rifiuto di congedo parentale alla madre intenzionale.

Il giudice ha confermato la presenza di un vuoto normativo in tema di genitorialità delle coppie dello stesso sesso unite civilmente, come evidenziato dal datore di lavoro. Tuttavia, in questo caso, erano presenti documenti dello Stato civile (cioè, l’atto di riconoscimento del figlio nascituro e l’atto di nascita del bambino) che attestavano il legame genitoriale tra la madre intenzionale e il bambino, e la collocazione del minore nel nucleo familiare formato dalle due donne.

Secondo il giudice, il datore di lavoro avrebbe dovuto limitarsi a prendere atto di tali documenti, che provavano il rapporto di genitorialità della lavoratrice con il bambino, presupposto per ottenere il congedo parentale. Di conseguenza, il datore di lavoro avrebbe dovuto riconoscere il congedo parentale richiesto, senza entrare nel merito del diritto alla genitorialità della lavoratrice madre intenzionale. Esattamente come avrebbe fatto se la documentazione fosse stata fornita da parte di un lavoratore genitore eterosessuale.

Il rifiuto di congedo parentale, invece, costituiva un caso di discriminazione diretta nei confronti della lavoratrice, trattata in modo meno favorevole a causa del suo orientamento sessuale.

La decisione del giudice

Pertanto, il giudice ha ordinato al datore di lavoro di cessare il comportamento discriminatorio e di concedere alla lavoratrice il godimento del congedo parentale. Con la precisazione che, mentre alla madre biologica del bambino compete il congedo parentale (art. 32, comma 1, lettera a), dl 151/2001), alla madre intenzionale va invece riconosciuto il congedo di cui alla lettera b) dello stesso articolo, ossia quello previsto per il “padre lavoratore”, perché ad oggi la legge non prevede altri casi di congedo parentale con specifico riguardo alle famiglie con genitori dello stesso sesso. Infine, dal momento che la lavoratrice, a causa del rifiuto del congedo parentale, aveva dovuto ricorrere a trenta giorni di aspettativa non retribuita per potersi prendere cura del figlio, il giudice ha anche condannato l’azienda a risarcirle il danno pari alla retribuzione non percepita in detto periodo.

Contro questa decisione del Tribunale di Milano, ha fatto poi appello il datore di lavoro.
La Corte d’Appello di Milano, con sentenza del 17 marzo 2021, ha confermato la natura discriminatoria del rifiuto di congedo parentale alla lavoratrice madre intenzionale. Inoltre, ha dichiarato discriminatorio anche il comportamento del datore di lavoro che, in via preventiva, aveva negato alla lavoratrice il diritto a godere di congedi per malattia del figlio (qualora si fosse ammalato), alle stesse condizioni di ogni altro genitore.

 

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Maternità e paternità: il congedo parentale

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