Come contrastare il quiet quitting

img 1: “Impiegata dorme sul lavoro”

(foto Shutterstock)

Altra faccia della Great Resignation è il quiet quitting, che in Italia ha livelli tra i più alti al mondo. Wellbeing e formazione per contrastare il fenomeno

L’Italia è il paese europeo con la più alta disaffezione al lavoro. Le percentuali di engagement sono minime: parliamo del 4%, a fronte di una media che a livello globale si aggira intorno al 20% (Gallup, State of the global workplace 2022) e questo si traduce in una scarsissima attitudine al sacrificio, ma anche all’ambizione e al desiderio di crescita sul lavoro. Si fa il minimo sindacale, insomma, e le ragioni che spingono le persone a questo comportamento possono essere molte.

Italia, i lavoratori motivati sono il 4%

Il fenomeno del quiet quitting è balzato agli onori delle cronache quest’estate, quando un giovanissimo ingegnere di New York ne ha parlato per la prima volta su Tik Tok: «Se aderisci a questa tendenza – spiega il 24enne Zaid Khan, – non lasci davvero il lavoro: semplicemente abbandoni l’idea di dover andare sempre al di là dei tuoi limiti, di dover sempre dare di più».

Il video, che dura pochi secondi, ha collezionato milioni di condivisioni e l’espressione ha iniziato a rimbalzare non solo di volta in bocca ma anche fra le pagine dei principali mass media.

Stando ai dati raccolti da Gallup, negli Stati Uniti almeno la metà del popolo dei lavoratori è composta da “quiet quitters”. L’Europa è ultima fra i continenti per coinvolgimento sul lavoro, con una percentuale del 14%. E l’Italia, tra i paesi europei, è il fanalino di coda: la percentuale di lavoratori ingaggiati non supera il 4% del totale.

Ridefinire le priorità

All’interno del popolo dei quiet quitters ci sono anime diverse. Da un lato i giovani Millannial e della GenZ meno disposti a scendere a compromessi rispetto alle generazioni precedenti. Soprattutto i Millennias si sono affacciati al mondo del lavoro in un periodo di forte crisi, hanno vissuto la recessione, hanno affrontato lunghissimi anni di precariato e di scarso appagamento sul lavoro.

Per molti di loro, l’esperienza della pandemia è stata decisiva, aiutandoli a ridefinire la piramide delle priorità. Finalmente fuori dagli uffici, si sono trovati a guardare in faccia la loro vita, spesso realizzando che quel lavoro in cui investivano così tanto tempi e risorse non dava in realtà la soddisfazione che avrebbero voluto, non solo in termini economici ma anche e soprattutto in termini di appagamento e di prospettive di crescita.

Alcuni hanno preso “il toro per le corna”, aggiungendosi al popolo della Great Resignation, altri sono entrati tra le fila dei quiet quitters. C’è poi un’altra interpretazione, che vede questi lavoratori semplicemente come più pigri e svogliati, e per questo più propensi a fare solo il minimo indispensabile. 

Formazione e wellbeing come antidoto alla disaffezione

Rimane un grande punto: come arginare questo fenomeno? Sicuramente il primo passo è ascoltare le esigenze dei lavoratori, perché ignorarle è solo controproducente.

Come segnalato anche dall’Employer Brand Research 2022 di Randstad, al primo posto tra i driver più importanti nella scelta di un datore di lavoro c’è l’atmosfera piacevole, al secondo posto un buon work life balance.

Adottare soluzioni mirate all’inclusione e al benessere di dipendenti può quindi fare la differenza per avere persone più motivate e coinvolte. Anche la formazione è un esempio concreto di azioni che possono migliorare l’engagement. Il mondo del lavoro, del resto, cambia ormai a velocità record e l’unico modo per avere risorse sempre aggiornate è agevolare i processi di upskilling e reskilling, attraverso programmi di formazione mirati.

 

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