Colf in nero fotografa la casa del datore di lavoro per rivendicare i suoi diritti

(foto Shutterstock)

Per la Cassazione la donna non ha commesso reato. Ha ripreso ambienti e mobilio come prova da portare in giudizio in relazione al rapporto di lavoro, senza arrecare danno alla famiglia

    Una domestica aveva scattato delle fotografie all’interno dell’abitazione del suo datore di lavoro, per il quale svolgeva delle attività di collaboratrice familiare in nero, senza un regolare contratto.

    Le foto, nelle quali comparivano solo ambienti e mobili, erano state scattate dalla donna allo scopo di provare in giudizio la sua effettiva presenza in casa, conseguente all’autorizzazione delle persone per cui lavorava, per dimostrare lo svolgimento di una forma di lavoro subordinato.

    Inizialmente il tribunale locale aveva condannato la donna a quattro mesi di reclusione, al rimborso delle spese e al risarcimento del danno civile alla famiglia per aver effettuato le riprese fotografiche, in seguito alla violazione dell’art. 615 bis del Codice penale. A seguire, la Corte d’Appello aveva confermato la sentenza.

    La Cassazione però ha annullato la condanna con una nuova sentenza n. 46158/2019), affermando che non c’è stata alcuna violazione di domicilio nei confronti del datore, perché le immagini si limitavano a ritrarre il posto di lavoro in cui la donna era lecitamente presente, e non momenti di vita privata delle persone. Inoltre la finalità delle riprese non ha danneggiato il datore ed era indirizzata esclusivamente a un utilizzo in giudizio in relazione al rapporto di lavoro.

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