Come nasce il “Gender pay gap”

(foto Shutterstock)

La differenza retributiva si nasconde in bonus, premi e incentivi sbilanciati verso la parte maschile, a causa di un retaggio culturale. Poche le donne ai vertici, penalizzate le lavoratrici con figli

Il Gender pay gap è la differenza nella retribuzione media percepita da uomini e donne che lavorano, a sfavore di queste ultime. Un fenomeno socio-economico che ha origine innanzitutto a causa di un retaggio culturale che, secondo Maurizio Del Conte, professore di diritto del Lavoro alla Bocconi ed ex presidente dell’Anpal (Agenzia Nazionale Politiche Attive Lavoro), privilegia l’impegno lavorativo degli uomini. Un’eredità che viene dal passato e sarà difficile da sradicare finché la maggior parte dei vertici aziendali italiani saranno occupati principalmente da figure maschili. Per questo, a parità di mansioni e inquadramento contrattuale, è presente un divario nelle retribuzioni uomo-donna, con bonus, premi e incentivi più elevati per gli uomini o assegnati soltanto a loro.

AUMENTI ‘AD PERSONAM’

«La differenza retributiva tra uomini e donne si nasconde nei superminimi individuali» spiega Maurizio Del Conte a La Nazione. «I contratti collettivi prevedono livelli retributivi identici per maschi e femmine. Ma si tratta dei minimi tabellari, di quella parte della retribuzione che non può essere derogata in peius. Nulla impedisce, tuttavia, di attribuire aumenti ad personam e le statistiche ci dicono che di questi assegni beneficiano maggiormente gli uomini che le donne».

A questo si aggiunge la componente retributiva collegata agli straordinari, che gli uomini fanno in misura maggiore, perché le donne in molti casi non possono prolungare l’orario di lavoro a causa di impegni familiari.

CARRIERA

Un altro elemento in gioco a sfavore della donna sul lavoro, è la maggiore difficoltà a progredire nella carriera, poiché le posizioni apicali sono ricoperte prevalentemente da uomini. Lo sblocco dell’accesso delle donne ai vertici porterebbe un vero riequilibrio salariale.
Anche il part time involontario incide su busta paga e possibilità di occupare i posti migliori, contribuendo ad aumentare il gap.

Secondo Del Conte è necessaria «una legislazione del lavoro che abbandoni il modello organizzativo d’impresa novecentesco, costruito attorno allo stereotipo della famiglia monoreddito, dove a portare a casa lo stipendio è l’uomo, relegando la donna alle cure domestiche. Con la legge su lavoro agile si è fatto un grande passo avanti in questa direzione. Ma non è che l’inizio di un cambiamento che non potrà non essere radicale».

LA SITUAZIONE IN EUROPA

Nell’UE i paesi con il minor divario di genere sono la Svezia e i paesi scandinavi. In Islanda esiste una legge che impone a istituzioni, banche e aziende con più di 25 dipendenti la parità di retribuzione tra uomini e donne di uguale qualifica. In Francia Macron ha lanciato un software-spia da inserire nei sistemi informatici delle aziende con più di 50 dipendenti per portare a zero il gap entro il 2022.

UN PO’ DI DATI

Secondo un’indagine di AlmaDiploma e AlmaLaurea, dopo 5 anni dalla laurea i maschi guadagnano il 18,3% in più: 1.675 euro netti rispetto ai 1.416 euro delle donne.
In media gli uomini guadagnano 155 euro netti mensili in più delle donne.
Dopo 5 anni dalla laurea svolge un lavoro a elevata specializzazione il 49,4% delle donne e il 59,2% degli uomini.
In presenza di figli, il divario cresce ancora: il tasso di occupazione è più alto del 24,5% per gli uomini (90,2%) rispetto alle donne (65,7%).
Sulla base dei dati Istat, nel 2018 il tasso di occupazione femminile era sotto il 50% (49,8%).
Al sud la situazione è ancora peggiore, considerando che lavora meno di una donna su tre (32,7%).
Ai vertici delle aziende solo il 17% dei posti è occupato da donne.

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