Esistono molti falsi miti sul lavoro generano confusione, scopriamo quali sono
Una volta conclusi gli studi, il lavoro rappresenta la nostra occupazione principale ed è presente per la maggior parte delle nostre giornate.
Ci sono persone che iniziano un’occupazione in un’azienda e ci restano per tutta la vita professionale e altre che, al contrario, cambiano lavoro con una frequenza elevata perché sono sempre alla ricerca di nuovi stimoli e nuove competenze da acquisire.
Grazie anche a quanto abbiamo appena detto, gli ambienti di lavoro sono spesso molto raccontati, criticati e analizzati dalle persone che li popolano con spunti, riflessioni ed esperienze che li hanno toccati in prima persona.
In questo modo, tra i vari racconti di brutte esperienze lavorative, ben presto ci troviamo davanti a un accavallarsi di falsi miti sul lavoro che necessitano di essere smontati per evitare di cadere nelle fake news.
Siamo tutti consapevoli che la situazione lavorativa in Italia è complessa e sovrastrutturata, ma questo non vuol dire che tutto debba essere vissuto con un’accezione negativa o che tutto vada male. Ci sono alcune cose che, se affrontate con consapevolezza e determinazione, possono fare veramente la differenza.
In questo articolo, quindi, vediamo insieme 10 falsi miti sul lavoro e perché è importante saperli riconoscere al fine di evitare un impatto negativo sulle scelte di carriera.
Noi di laborability abbiamo fatto una selezione di 10 falsi miti sul lavoro e ve li elenchiamo qui di seguito.
Tante persone che ci hanno scritto nel corso degli anni hanno raccontato di non aver mai ricevuto il contratto di lavoro e che quindi non l’hanno mai firmato.
Esiste, infatti, questa credenza che il contratto di assunzione non sia così importante perché basta iniziare a lavorare in azienda per essere tutelati, ma non è proprio vero al 100%.
Firmare il contratto impegna entrambe le parti del rapporto a rispettare tutte le regole e le clausole inserite all’interno del documento e le tutela nel caso in cui si verifichino determinati eventi come ad esempio il mancato superamento del periodo di prova o le dimissioni.
A ogni modo, dipende anche da quale contratto di lavoro stiamo parlando: nel caso di un contratto a tempo indeterminato standard, anche se il contratto non viene firmato comunque la lettera di assunzione fa fede e può essere considerata praticamente al pari del contratto.
C’è da dire, però, che se il contratto fa riferimento a situazioni particolari, come ad esempio, il periodo di prova, deve essere compilato e firmato per iscritto.
Per questo, dato che la maggior parte dei lavori prevede un periodo di prova, la maggior parte dei contratti deve essere riportata per iscritto.
A maggior ragione, poi, la forma scritta è obbligatoria per legge e fondamentale ai fini della validità del contratto stesso nei casi di:
Il nostro consiglio è quello di non pensare ai colloqui di lavoro come a un interrogatorio poliziesco in cui a ogni domanda deve sempre seguire una risposta.
Se chi ti fa il colloquio fa delle domande su ambiti della tua vita che ritieni privati e su cui non vuoi parlare, come ad esempio la famiglia o l’orientamento sessuale, puoi gentilmente declinare la richiesta con “grazie per la domanda, ma preferirei rimanere focalizzati su questioni che riguardano le mie competenze e il lavoro che dovrò svolgere”.
Ricorda, infatti, che per legge il datore di lavoro (o le persone che agiscono in nome e per conto suo) non può condurre indagini sulla tua vita privata e sui tuoi diversi orientamenti.
A dirlo è proprio lo Statuto dei lavoratori che all’articolo 8 riporta proprio il “divieto al datore di lavoro, ai fini dell’assunzione, come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore”.
Come hai potuto leggere, quindi, questo divieto vale anche nella fase di colloquio e per tutta la durata del rapporto di lavoro.
Questo è forse uno dei falsi miti più in voga nella fine del 2025, perché le persone e le aziende stanno iniziando a interessarsi a quanto contenuto all’interno della Direttiva UE sulla trasparenza salariale.
Questa è stata pubblicata dal Parlamento europeo nel 2023, ma dovrà obbligatoriamente entrare in vigore in tutti i Paesi membri dell’Unione Europea entro e non oltre luglio 2026.
Ma perché è un falso mito? Perché non è vero che ogni persona in azienda potrà sapere la RAL di Tizio, Caio e Sempronio, ma si potranno conoscere i livelli retributivi medi complessivi per lavori dello stesso valore.
Questo vuol dire che potrai richiedere all’azienda solo dei valori medi complessivi, e non informazioni specifiche e puntuali sui tuoi colleghi. E lo stesso vale anche per i tuoi colleghi nei confronti della tua RAL.
Quando un dipendente si ammala, scattano tutta una serie di tutele che sono regolate dalla legge, dall’INPS e dai diversi CCNL applicati.
Attenzione: quello che leggi qui è solo un’indicazione generale di quello che succede in caso di malattia e non è universalmente vero per tutti i settori di lavoro, proprio perché ogni CCNL può prevedere delle regole diverse.
I primi 3 giorni di malattia non sono mai pagati dall’INPS e infatti vengono proprio chiamati “di carenza” perché manca l’indennità previdenziale. Spesso, però, li paga l’azienda al 100%, ma dipende cosa dice il tuo contratto collettivoÈ l’accordo stipulato a livello nazionale tra i sindacati di rappresentanza dei lavoratori e dei datori di lavoro per regolare determinati aspetti dei contratti individuali di lavoro di un certo settore (es. orario di lavoro, retribuzione minima, ferie, congedi, ecc.). Leggi: potrebbe prevedere anche pagamenti ridotti a seconda del numero di malattie che hai fatto in un anno.
Dal 4° giorno in poi, l’INPS ti paga il 50% per i primi 20 giorni di malattia, ma non è tutto: la tua azienda potrebbe essere obbligata, per contratto, ad aggiungere un’integrazione! Questa serve per darti una retribuzione più o meno identica a quella che prendevi prima di ammalarti!
Per le malattie più lunghe, invece, quindi che vanno dal 21° giorno in poi, l’INPS passa dal pagarti il 50% a pagarti il 66,66%, sempre con integrazione aziendale.
Visto tutto questo, non è sempre vero che si è pagati di meno in malattia: chiama il medico, dai all’azienda tutte le informazioni essenziali sul certificato medico e recupera le energie. È un tuo diritto!
La busta paga è un documento fondamentale per chi lavora perché riesce a darti una fotografia molto attendibile della qualità e della solidità del tuo rapporto di lavoro.
Non è vero che è un documento utile solo per gli addetti ai lavori e cioè chi si occupa di amministrazione e gestione delle risorse umane: con alcuni piccoli consigli è possibile tenere monitorati i contatori delle proprie ferie, dei permessi e delle ex festività ed essere certi che l’azienda non li azzeri o sottragga come meglio crede.
Ma non è tutto: puoi controllare anche se ti vengono pagate tutte le maggiorazioni e le festività che hai lavorato, oltre alle detrazioniSono una somma da sottrarre alle imposte che dovrebbero essere pagate annualmente. Vengono riconosciute in base a determinati requisiti di reddito e personali. Leggi fiscali a cui hai diritto.
Se ti può essere utile, abbiamo realizzato insieme ai nostri Consulenti del lavoro una guida alla lettura della busta paga, la trovi cliccando qui.
Il rapporto di lavoro non è statico, ma può evolversi nel tempo in base alle competenze che acquisisci e alle diverse esigenze aziendali.
Ancora una volta le cose cambiano da settore a settore: alcuni CCNL prevedono delle progressioni automatiche di carriera dopo un certo periodo di tempo lavorato nello stesso livello, ma altri non prevedono questo meccanismo.
In questi casi, infatti, è molto importante valutare quali sono le mansioni per le quali si era stati assunti e quali quelle che vengono effettivamente svolte. Molto spesso accade che nella realtà dei fatti le mansioni quotidiane siano più ampie rispetto a quelle riportate nel contratto di assunzione oppure siano addirittura riferite a un livello superiore.
Se ti ritrovi in questa situazione, parlane con il dipartimento HR di riferimento o la persona che si occupa di amministrazione del personale perché se hai diritto a un livello più alto, allora dovrebbe essere più alta anche la tua retribuzione.
Lo smart working è, per definizione di legge, una diversa modalità di esecuzione della prestazione lavorativa.
Non è, quindi, un vizio o un privilegio da ottenere, ma se la mansione e il lavoro che deve essere svolto lo permettono, costituisce un valido alleato per aumentare la qualità del tempo impiegato per lavorare.
Non servono particolari formalità: se, come abbiamo già specificato, la mansione e il lavoro lo consentono, puoi firmare un accordo di smart working in cui l’azienda riporta tutte le informazioni essenziali per lo svolgimento del rapporto di lavoro.
In alcuni casi, si prevede che l’orario di lavoro sia lo stesso dell’ufficio anche se la persona è libera di organizzare in autonomia il proprio carico di lavoro.
Non dimentichiamoci poi che lo smart working non vuol dire per forza lavoro da casa, perché in quel caso si parla di telelavoro. Potenzialmente potresti lavorare anche da un bar o da uno spazio di coworking se hai una connessione wi-fi, un pc e l’accesso a tutti i Drive aziendali.
Questa modalità ti permette di sperimentare sempre più il lavoro per obiettivi e priorità: non è più importante essere operativi in un certo arco temporale, ma raggiungere obiettivi e concludere progetti in base a quanto contenuto nell’accordo di smart working.
Lavorare per il tramite di un’agenzia per il lavoro significa avere un contratto di somministrazione che può essere a tempo determinato o indeterminato.
Sarà poi l’agenzia, che è il tuo datore di lavoro formale, a inviarti presso altre aziende (dette utilizzatrici) per svolgere il lavoro specifico.
Questo rapporto triangolare, però, non ti rende meno tutelato o tutelata: godi degli stessi diritti contrattuali e sindacali dei colleghi assunti direttamente. Parliamo di ferie, malattia, maternità, TFR, tredicesima, sicurezza sul lavoro.
Ma non è tutto: hai accesso comunque anche alla formazione gratuita, oltre ad aver diritto al supporto alla ricollocazione e orientamento professionale grazie a fondi specifici.
Quando si è assunti serve scegliere cosa fare con il proprio Trattamento di Fine Rapporto: lasciarlo in azienda oppure accantonarlo in un fondo pensione.
Non c’è una scelta giusta o sbagliata, perché dipende dalle tue esigenze e dagli obiettivi che intendi raggiungere anche grazie al tuo TFR.
Sappi però che se decidi di lasciarlo in un fondo hai maggiore tutela in caso di dimissioni o, in genere, di termine del rapporto di lavoro perché potrai lasciarlo nel fondo scelto anche se cambi lavoro, a meno che non sia un fondo specifico di categoria e poi cambi completamente settore di impiego.
Inoltre, se hai bisogno che ti venga liquidata una parte del TFR nel fondo, sarà tassato con una percentuale molto più bassa, che va dal 9% al 15%, rispetto a quello che pagheresti di IRPEF.
Lasciare il TFR in azienda è un’opzione, ma potrebbe essere rischiosa perché quella liquidità che il tuo datore di lavoro accantona per te, in realtà può reinvestirla per altre esigenze aziendali e questo rende più complessa e lunga la restituzione del TFR in seguito al termine del rapporto di lavoro.
Ogni lavoro comporta dei rischi per la salute e sicurezza di chi lo deve svolgere. Anche chi lavora semplicemente con il proprio PC, infatti, è sottoposto ogni giorno al rischio di folgorazione.
Parlare di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro è veramente importantissimo e conoscere le nozioni di base rappresenta uno degli step più fondamentali.
“Gli incidenti accadono solo nei lavori pericolosi”: Falso. Possono verificarsi in qualsiasi ambiente lavorativo ed è sempre bene verificare cosa riporta il DVR (Documento valutazioni rischi) in materia di prevenzione e protezioni dei rischi. In questo documento, infatti, si trovano tutte le procedure da rispettare sia per prevenire un qualche avvenimento, sia per ripristinare una situazione di equilibrio dopo che si è verificato l’evento.
Su questi temi non bisogna mai abbassare la guardia: la prevenzione è un’attività continua e fondamentale, da portare avanti sempre anche quando sembra che non si verifichino incidenti.
Il primo passo per riconoscere un falso mito è sapere cosa è un falso mito e cosa invece è una verità.
Qui abbiamo visto una carrellata di falsi miti con cui ogni giorno ci confrontiamo insieme alla nostra community, ma ce ne saranno sicuramente molti altri.
Informarsi, leggere da fonti autorevoli e attenersi alle regole della legge e dei diversi CCNL è già un ottimo passo per non compromettere la tua carriera e per fare delle scelte più ponderate.
Se sospetti di essere davanti a un falso mito, potresti provare a mettere in campo queste attività:
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